Il bidello non reagiva. Stava fermo, non si dimenava, non gliene fregava un cavolo. Un Allosauro passivo e disperato. Se ne stava immobile a fissare il corpo di Andrea dall'alto della sua stazza gargantuesca. Io e Antonio continuavamo nel nostro tentativo di abbatterlo: da quando avevo sentito il sapore del sangue non avevo più mollato la presa. Mordevo sempre più forte, volevo lacerarne la carne fino a sentirne l'osso, volevo spolparlo e scorticarlo. Antonio proseguiva a calciare gli stinchi dell'uomo che a un tratto ci guardò e, con gli occhi pieni di lacrime, ci sollevò entrambi afferrandoci per la vita, uno con il braccio destro e l'altro con il sinistro e ci portò più all’interno, verso la parte più nascosta del giardino. Nonostante ci agitassimo ogni forma di resistenza era chiaramente inutile: era lui il dinosauro più forte. Continuava a piangere, a sgorgare lacrime che poi leccava: non avevo mai visto un dinosauro così forte piangere così tanto. Poi si accovacciò e ci poggiò a terra, facendoci sedere. Ci teneva una mano ferma sulla gamba, in modo che non potessimo andar via, ma noi non ne eravamo più capaci. Stavamo fermi, in silenzio, e lo guardavamo, e anche lui ci guardava senza mai smettere di piangere. Sotto il mio grembiulino sentivo le punture delle siringhe, le sentivo sotto i palmi delle mani, vicino alle caviglie.
Volevo andare via. La scena era paradossale: noi eravamo fermi, seduti, terrorizzati a guardare il bidello assolutamente incapace di prendere ogni iniziativa; era un cadavere precoce e piagnone. Toccai con la mano una cosa molliccia ma familiare: mi girai un attimo a guardare se fosse qualcosa di peggio delle siringhe...ed era LUI! Il mio dinosauro! Stavo accarezzando la sua coda come ai cari vecchi tempi in cui insieme combattevamo robottoni e auto telecomandate! Era lì ed era lì per me, per salvarci! Avrebbe salvato anche quel coglione di Antonio, lui e il suo robottone.
Lo vidi uscire dalla vegetazione, alto, potente, sicuro sulle zampe posteriori ben piantate. L'Allosauro lo guardò: era troppo scioccato per reagire. Il mio T-Rex gli diede una codata, tsch, una sola, e lo mise KO. L'Allosauro si accasciò e boccheggiò nella vegetazione selvaggia e siringosa.
Fra le foglie morte e i rovi sentii poi un altro rumore: un altro animale? Qualcosa stava sbucando dalla vegetazione postindustriale, postedilizia, postumana. Si faceva rapidamente largo fra i cespugli, fra le ortiche, schivando agilmente le siringhe e le bottiglie rotte. Poi venne fuori: il bidello, che si era steso a terra, la faccia fra le foglie morte, la terra che si attaccava al suo volto umido di lacrime, all'improvviso fu ridestato da questa nuova presenza e si mise in piedi, in attesa. Restammo in ascolto per qualche secondo. Io stringevo la coda del Tirannosauro il modo compulsivo, sentendone la superficie rugosa e morbida sotto le dita.
Una bella gamba, tornita e con tanto di tacco, uscì dalla selva: si palesò, in tutto il suo metro e cinquantasette di eleganza e flessuosità, la mia amata maestra! Lei, alla fine, era venuta a salvarci! Meglio di un robottone, meglio di una macchina telecomandata, meglio di un dinosauro perfino! Ovviamente era scioccata. Gettò un occhio al cadavere di Andrea: fece per avvicinarvisi ma il bidello bastardo si frappose: “Non toccarlo!Non lo devi toccare! Lui è MIO!” Ciò detto prese una bottiglia da terra, una di quelle rotte e affilate, una bottiglia di Jack, per la precisione. Era mezza piena di terra. Poi ci osservò per un attimo e, posati gli occhi su Antonio, lo afferrò per un braccio e lo trascinò a se, tenendolo ben stretto al petto: lo bloccava, costringendogli la bottiglia vicino al collo teso e pulsante. La maestra era sul punto di svenire: una visione angelica, con la sua calma serafica. Tutti i dinosauri, tutti i robottoni erano spariti al suo arrivo. Aveva portato la calma, la serenità, la lucidità del mondo adulto in quella tragica farsa spielbergiana. Tremava e i suoi tacchi affondavano nel terriccio contaminato: aveva delle belle scarpe nere. Che signora. Anzi, che signorina. Poi la sua voce flautata si animò: “Don Anto’…calmatevi. E’ tutto a posto. Non è successo niente. Lasciate stare il creaturo, chill nun ha fatt’ nient’.” Non l’avevo mai sentita parlare in dialetto. “O sacc’, o sacc" diceva il bidello, sempre piangendo. “Ma pur’io nun aggio fatt’ nient’. Dint’ a vita mia, nun aggio fatt’ mai male a nisciuno. Mai. E mo’…” - “E mo’ vi dovete calmare, Don Anto’. Ve l’ho detto, non è successo niente.” Il bidello aveva perso il suo allure da Allosauro. Era diventato un piagnone, un piagnone triste e obeso, anche se teneva il bambino in ostaggio faceva una pena infinita. “Che volete Don Anto’?. Ditemelo a me. Che volete per lasciarlo andare?” Chiese la maestra. “Io…Io…nun voglio nient’. Niente voglio” rispose il trippone. Lasciò il piccolo che corse verso la maestra: questa lo abbracciò e lo coccolò, stropicciandogli i capelli e strizzandogli le guance con le dita. Tornai ad odiare Antonio come all’inizio. Il bidello restò a terra, inginocchiato, con la bottiglia di Jack rotta fra le mani. Non aveva smesso di piangere nemmeno per un secondo. “Don Anto’…andiamo” continuò la maestra. “Dove?” – “Andiamo via…andiamo via dal giardino. Torniamo a scuola. E’ ancora orario di lavoro per voi” – “See see…per me non è cchiù orario di lavoro: è un pezzo che non è più orario…io…aggio fernuto. Aggio fernuto. Ho finito. Sono finito.”
Ciò detto si avvicinò la bottiglia rotta al collo e la spinse dentro, forte: in un attimo fu trapassato, un coltello caldo nel burro; sgorgando sangue l’Allosauro si abbatté a terra, la faccia sulla terra, sugli aghi di pino, sugli aghi infetti, sulle foglie morte, sulla nostra infanzia brutalizzata e devastata, sui nostri sogni, sui nostri respiri affannati e sulle nostre fantasie.
Ecco perché tutta sta storia dell’archeologia, in fondo, è iniziata per colpa dei dinosauri.
Perché i dinosauri non esistono, per fortuna.Mentre gli alieni che hanno fatto le piramidi, quelli sì.