e insomma, che lo sfacelo cominci!

Odio i blog. Ma soprattutto odio i blogger. Innamorati di sé stessi, a volte cool a volte loser, spesso ignoranti, spessissimo arroganti. Una descrizione in cui mi rispecchio perfettamente. Perché aprire un blog, e soprattutto perché non aprire invece un blogger ed esporre le sue interiora al pubblico ludibrio? Per quanto mi riguarda la risposta è semplice: sono anche io un cazzone innamorato di sé stesso, un egomaniaco che usa le sue letture e citazioni per far vedere ai suoi amichetti che in realtà è uno forte, anche se a scuola le ha sempre prese, anche se a calcio ha fatto sempre schifo, anche se se l'è sempre fatta sotto quando si trattava di menare le mani per davvero ecc.ecc. E' a questo che serve la cultura: ad arrivare dove non si riesce con la natura. Cioè alla figa. Diventando un intellettualoide, uno pseudonerd o qualcosa del genere, non si fa altro che prendere la strada più lunga, tuttavia per andare dalla stessa parte. Là in mezzo.

Ora veniamo al titolo del blog. Non c'è pretesa di serietà in quello che scrivo come non c'è pretesa di serietà nelle pippe. Parliamoci chiaro: chi mai prenderebbe sul serio le pippe? E invece, ahimé, sono serissime. Sono la cosa più seria del mondo: gente come Freud ha fondato intere teorie sull'onanismo e su tutto ciò che ruota attorno ad esso, mani incluse. Sesso, sesso, sesso: il pansessualismo di Freud non è altro che il nostro pansessualismo: é il motore della maggior parte delle nostre azioni. La masturbazione, l'autoerotismo è il primo passo verso quello che verrà dopo, e cioé più autoerotismo o autoerotismo più complesso o autoerotismo di coppia ecc.ecc. Una grossa, lunga variazione sul tema. Che comunque ci farà bruciare la cappella, alla fine.

Ho deciso di voler aprire questo blog non solo perché sono innamorato di me stesso, ma anche perché voglio costringermi a scrivere. E so che rispondere ai vostri insulti, alle vostre considerazioni, ai vostri suggerimenti - se sarete così gentili da darmene - mi costringerà dietro la tastiera e mi costringerà a fare pratica, ad esercitarmi e a darmi una disciplina nello scrivere, che è la cosa di cui più ho bisogno. Disciplina. E pomata per il pisello.

Inoltre, metterò sul blog i miei racconti, in modo che chiunque voglia potrà stamparli e usarli come costosa ma goduriosa carta igienica. Non metterò racconti già completi: li scriverò mano a mano e voi li vedrete nascere. Vedrete la parte che nessuno scrittore permette mai ai suoi lettori di vedere: quella della bozze, quella degli errori, quella delle banalità. E' una goduria voyeuristica, no?

sabato 10 dicembre 2011

Con un botto o con un gemito.

Questa brevissima storia è un esperimento. Devo scrivere un brano lungo al massimo una cartella, e lo devo fare per una competizione dal tema "2012: la fine del mondo?". Il problema è che ho il terribile vizio di essere prolisso, e mi è molto molto difficile scrivere qualcosa di davvero breve. MI piacerebbe conoscere il vostro sincero parere: potete lasciarlo qui sul blog o su facebook. Vi voglio bene.


Con un botto o con un gemito

Infine, la fine è arrivata: con un botto o con un gemito. Non credevo che io sarei arrivato a vederla, ma alla fine è arrivata. La fine del mondo, intendo.
Ho provato tutto l'anno a farla finita, ma ho avuto scarso successo. Stanotte, però, è diverso. Perché stanotte è la fine. La fine dell'anno, intendo. E io odio la fine dell'anno. Quando ero piccolo però mi piaceva un sacco: mangiare con tutti i parenti, spaghetti con le alici, pesce a go go, frittelle, tutto l'immaginabile. E poi lui, l'immancabile capitone. O' capitone. E poi Geppino che a mezzanotte sparava: preparava i botti, andava giù in cortile e scassava tutto, sparava per mezz'ora e più e noi a guardare da sopra al balcone.
A un certo punto, non saprei nemmeno io dire come, tutto questo è finito. Bum, mi sono ritrovato solo, in un posto in cui non conoscevo nessuno. Quando arrivavano le feste la gente tornava a casa, a mangiare e bere con i parenti. Io no. Geppino non c'era più, e nemmeno tutti gli altri: non so neanche io perché. E poi, aveva smesso di essere divertente.
Ma stanotte ho deciso che sarà divertente: ho passato l'intera giornata a cucinare, come faceva mia nonna. Ho comprato roba per mille persone ed ora è tutto pronto: insalata di pesce, spaghetti alle alici, lenticchie con lo zampone e tutto il resto. E poi lui, l'immancabile protagonista di ogni capodanno. 'O capitone.
Ho deciso che mangerò fino a mezzanotte: poi sarà il momento dei fuochi. Ho comprato anche quelli.
Ci sono due modi per andarsene all'altro mondo: con un botto o con un gemito. Ma io non sono capace di decidere, credo che l'abbiate capito. Allora ho semplicemente lasciato il gas aperto, lì in cucina. Sono le 23:30: ho ancora mezz'ora. La pancia mi scoppia… Me ne andrò con un botto o con un gemito, chissà.
L'unica cosa che so è che 'sto capitone era la fine del mondo.



martedì 6 dicembre 2011

Passeggiate Romene - 9

Come ho detto, Trasvetere piace a molti. Piace pure a me. Cazzo se mi piace, e non solo perché ho avuto la fortuna di viverci per un tempo sufficientemente lungo da farmici sentire "a casa". Ho amato tutto di quel rione: il caos, la gente che ti sbatte addoso, gli ubriaconi, i tossici, i turisti infiammati dalla canicola, i topi che schizzano fuori dai tombini e sgattaiolano (ma sarebbe meglio dire "stopano") fra le gambe lattee delle ragazze, fra unghie smaltate e pelle mangiata dagli infradito per poi perdersi nel labirinto dei vicoli. Perché è questo ciò che rende il Rione XIII così facile da amare: il fatto che è facilissimo perdercisi dentro. A Trastevere non esistono strade dritte, con la sola eccezione, forse, di via S. Francesco a Ripa, una sorta di Broadway che taglia il reticolo viscoso e impenetrabile in modo obliquo, creando una lunga prospettiva che va a sbattere contro il Gianicolo o contro la chiesa di S. Francesco, dipende da dove guardate. Non importa quanto senso dell'orientamento abbiate: a Trastevere vi perderete. E se non vi perdete, siete dei cretini. Perché è così che questo rione vi sorprenderà, colpendovi nel pieno del vostro detourment con una cascata di fiori da un balcone, con una gigantesca merda di cavallo, con una casetta del '600 o con una chiesa - una delle mille - che non avevate mai visto anche se ci eravate passati davanti mille volte. E poi: percorrere maldestramente le strette strade luride e poi trovarvi lì, nelle piazze grandi, dominate dai campanili e dalle facciate delle basiliche. L'oro dei papi rifulge nel sole eterno con il solo obiettivo di sopraffarvi, di demolire la vostra incredulità, il vostro essere miscredenti e dubbiosi della divinità. Il Paradiso c'è, e questo è solo un assaggio. Piazza di S. Maria in Trastevere è così: un setting fantastico in cui arrivate senza rendervene conto e da cui non potete più uscire. Paradossalmente, gli slarghi nel labirinto dei vicoli, le piazze luminose e potenti, gli ori portentosi, vi tratterranno e vi imprigioneranno più del labirinto stesso. Ho capito che Trastevere era il mio posto quando - e qui vado sull'autobiografismo spinto - ho passato lì la mia prima notte a seguito di un terribile trasloco effettuato in autobus. Dopo una sveglia all'alba (sono pur sempre un archeologo e qualche volta mi tocca scava'), preda del torpore e della confusione post-onirica, cercavo un bar dove fare colazione. Erano quasi tutti chiusi: troppo presto. Mi dirigo verso il fiume, il confine naturale del rione che, in un certo senso, gli da anche il nome: in piazza Belli ecco il celebre, pleonastico Bar Belli. Entro e prendo un cappuccino etc. Esco ed il sole era lì, bassissimo sull'orizzonte, e davanti a me le foglie secche volavano dagli alberi sul lungotevere verso il fiume, scendevano fendendo l'aria lente, planando nel vento cristallino e gelido, fino a toccare l'acqua che turbinosa le trascinava verso il fondo, verso il mare, verso l'isola Tiberina a due passi. Mi volto un secondo e vedo un tizio che piscia contro la saracinesca del bar mentre, a pochi metri da lui, una coppia molto anziana faceva colazione come me. Il tizio aveva appoggiato la testa contro la serranda e reggeva con una manno il suo pisello e con l'altra una peroni da 66. Un suo amico, anch'esso dotato di Peroni, lo guardava senza alcuna particolare espressione. Erano tutti e due ubriachi fradici, strafatti, puzzolenti e stracchi, eredi di una notte che non volevano far finire nonstante l'alba, che volevano portare avanti fino a mezzogiorno e oltre, fino a che le forze glielo avrebbero consentito, senza vergogna del loro essere ancora in uno stato profondamente notturno nonstante il giorno fosse ormai sopraggiunto e con esso i primi imbecilli a svegliarsi. Non erano solo due ragazzi ubriachi, erano due figure liminali: avevano trapassato la notte da parte a parte, ne avevano visto l'inizio e la fine ed erano ancora vivi e ne volevano ancora, e ora avevano visto l'alba ed erano pronti a seppellire anche quella. Irriducibili festaioli, incuranti del fisico e del sonno. Eroi. Ripresi a camminare verso il ponte: lo scavo, cazzo, sono in ritardo. Mentre un tassista quasi mi uccideva sul lungotevere, urlando e insultando mia madre e tutte le figure femminili della mia famiglia per il mio modo in cui avevo attraversato, pensai. Cazzo, sto posto è fatto proprio per me.

Passeggiate Romene - otto (una volta ogni tanto mi ricordo come si scrive)

L'ascesa del Gianicolo è sempre un evento mistico, per me. Nessun colle mi fa questo effetto. Parto dall'altra parte del fiume: il reticolo di Testaccio, il casino del mercato, la gente che ti sbatte addosso e ti insulta, romani cafoni. Ma anche, romani amati e amanti della loro città: quasi nessuno ama la propria città come loro, anche quando è assediata dai turisti sudati, anche quando puzza di piscio, anche quando è devastata dai teppisti e dagli architetti e dai palazzinari. Roma è sempre Roma, e loro la amano, punto. E questo gli fa onore.
Insomma, ecco via Marmorata e lì, alla mia destra, l'Aventino, il colle maledetto, il colle dei perdenti. Bellissimo, nella luce tenue che si riflette sui mattoni rossi delle chiese che emergono dal verde, assediate dagli alberi e dalla vegetazione. E' davvero un ironia della sorte che l'Aventino, il colle di Remo, dei perdenti, sia ora un posto fantastico mentre il Palatino, il colle di Romolo e dei vincitori, sia un cumulo di macerie collassato sotto il peso stesso della storia, che ne ha devastato la superficie rendendolo un colle di tegole e rovine smosse, una montagna traforata e piena di misteri, di vita sotterranea, di segreti. Il Palatino, il palazzo, è l'incarnazione geografica del potere: come questo è decadente, ma anche eterno, inafferrabile nella sua vera forma, metamorfico eppure di una solidità millenaria. Città e campagna allo stesso tempo, trionfo e rovina.
Dopo il caos testaccino ecco il ponte Sublicio, il più antico di Roma.
E sotto di me, intorno a me, sopra di me lui, il Tevere, nella luce del mattino morente, pieno di foglie gialle che volano dai platani, il sole sparato sull'acqua che ti sbrilluccica negli occhi e laggiù, alla mia sinistra, il gazometro della Garbatella. E il rumore. PPPshhshshshshs.... il rumore dell'acqua che scorre, divina, lurida e schifosamente tossica, lucida come una scheggia di vetro e mobile come l'aria, l'acqua del Tevere scorre fendendo la città, nutrendola e intossicandola allo stesso tempo. Veleno. La storia è un veleno, ecco cos'è. E dopo il ponte, ecco Trastevere, il quartiere preferito di molti. Da um mercato all'altro, dal Testaccio a Porta Portese, il fiume qui è importante come il mare e ha fatto nascere business su entrambe le sponde. Anche a Trastevere, strade strette in un labirinto di angoli ottusi e acuti, mai strade che si intersecano a novanta gradi, e poi piazze che ti si aprono dal lerciume dei vicoli defunti e domcomposti. Barboni, tossici, americani, turisti, studenti, massaie: c'è di tutto. E c'è il sole, sempre, che fa capolino di tra le antenne e le fenditure nel cielo sempre azzurro e caldo, sempre, anche a dicembre.

giovedì 28 aprile 2011

Passeggiate romene - sette (e scusate il ritardo)

"Alcuni imbecilli, alcuni teologi credono che l'inferno esista, ma sia vuoto." - proseguì il cane, parlando di traverso i suoi denti aguzzi e sporchi di spazzatura masticata - "ma sono ciechi? Come fa l'inferno ad essere vuoto? Non vedi quanta gente c'è in giro? E' pienissimo. Qui intorno, è proprio pienissimo. All'inferno di sono già, ed è affollato come la Cappella Sistina un sabato di maggio". Eravamo sempre sospesi sopra il pantheon, in una magica levitazione che ci permetteva di osservare tutto secondo un'altra prospettiva. La gente caduta attraverso l'oculo rantolava e si lamentava sul pavimento doloroso.
Chissà perché l'uomo col cane attirava la mia attenzione più del cane stesso, nonostante l'animale parlante fosse oggettivamente un caso più interessante. La voce del cane era quella di un uomo, niente di più, niente di meno: limpida, forse corrotta da un'ombra di tabacco, ma senza un timbro particolare. "Vedi questa folla brulicante...senza storia. Sciami di persone senza storia in mezzo alla storia. Come sono leggeri, con le loro caviglie dondolanti e bruciacchiate, con il loro ego tronfio di valori. Chi dice che la società moderna non ha valori? E' pienissima, strabordante di valori. Idee ossessive, che condizionano il nostro comportamento. Guarda quell'uomo" - e mi indicò un tizio in maglietta e pantaloncini, nonostante la stagione non fosse esattamente caliente - "sta pensando di uccidere sua madre. Guarda come sono limpidi i suoi pensieri. Guarda come si muove in modo elegante, nella sua divisa da testa di cazzo. La ucciderà fra 47 ore, nella stanza d'albergo in cui entrambi alloggiano, dopo aver portato in camera una prostituta. E che fronte spaziosa che ha! Secondo te quell'uomo non ha valori? Uccidere sua madre è un pensiero che gli si è instillato nel cervello lentamente, ma ha presto messo radici. Dopo qualche anno è diventata l'unica soluzione accettabile. Vive per quel pensiero, lo nutre. Ogni giorno, si mette davanti allo specchio e, pettinandosi, lascia i pensieri filtrargli attraverso i neuroni, fluttuare fra i lobi del suo fresco cervello anglosassone. Accudisce, coccola il suo pensiero di morte giorno dopo giorno. Lo fa crescere. Ogni notte si lascia cullare da quella dolce ossessione. Fra 47 ore sarà un pensiero adulto e porterà ad un'azione perfetta, compiuta, maturata, meditata. Non lo chiami valore questo?
E guarda quell'uomo. Quello li, coglione, quello fermo davanti alla tomba di Raffaello. Piange. Crede che Raffaello sia il più grande pittore mai nato. Ovviamente anche lui è un pittore, e sta pensando di suicidarsi. Ma ci credi? In un'epoca di installazioni luminose e di pisciatoi firmati c'è ancora gente che imbratta vecchie tele! Il suo pensiero, il suo valore è di una banalità sconcertante. Odia Raffaello e allo stesso tempo lo ama: se potesse mettere le mani sulla Trasfigurazione la farebbe a brandelli; piangendo, ma lo farebbe. Fra due mesi il suo pensiero sarà maturo, e si getterà sotto la metro B alla fermata Piramide, morendo sotto gli occhi di zingari, pendolari, studenti, turisti. Non è un pensiero nobile il suo?"
Poi il cane si girò verso di me e disse: "E tu? Qual'è il tuo valore?"

giovedì 14 aprile 2011

Passeggiate romene - sei

La finestra ha le tendine rosse: quando ci butto uno sguardo si muovono appena. Un uomo le scosta con il dito e mi guarda a sua volta: ride, di me.  Se solo sapessi che faccia aveva Stendhal potrei forse riconoscerlo.
Il mio amico, mollando un calcione al suo cane nero, mi fa cenno di proseguire in direzione del Pantheon, camminando lungo via della Minerva. Non appena scorgo la curva della Rotonda, la superficie bombata e circolare de Pantheon, questa ci attrae in un vorticoso Maelstrom di mattoni e marmi, di colonne granitiche e decorazioni in technicolor. Ruotiamo, nuotiamo nel vortice creato dalla mole del colosso romano, il tempio di tutti gli Dèi, anche del mio, anche dell'uomo col cane affianco a me.
In un attimo tutta la processione prende il volo, e io non sono alla testa ma solo in mezzo: con la mia veste, con la mitria e tutto il resto mi alzo in volo trascinato dalla folla rigurgitante pietà e dolore, carità, carità, carità per pietà per favore, e tutti si appressano ai miei piedi attratti dal colore sanguigno dell'abito talare e dal carisma che scaturisce dai miei gesti lenti e calcolati, arcaici, perfetti.
Il vortice sale, sale, sale sempre fino al tetto del tempio ed eccoci tutti in bilico sulla sferica cupola forata, in equilibrio precario sull'oculo attraverso cui vediamo la gente entrare nel Pantheon con noncuranza, facendo chiasso e accalcandosi vicino alla tomba dell'Urbinate, di cui la natura aveva paura e ancor di più lo ebbe la morte. Tutti ci affacciamo dall'oculo verso il basso, ma la gente non sembra notarci: siamo una cupola del Correggio viva e vitale e vorticante
E poi, tutta la folla perde l'equilibio e precipita.
Giù, attraverso l'oculo, la mia folla adorante si schianta sul pavimento marmoreo del tempio invocando pietà, pietà, pietà per favore e in un attimo BUM, spiattellati ai piedi dei turisti dalle gambe lattiginose che li scavalcano, mostrando le loro nudità scottate dal sole alle facce contorte dal dolore e dallo schock della caduta.  La caduta. Mi rivolgo all'uomo col cane: l'unico rimasto vicino a me. Siamo sulla verticale dell'oculo. "E' stata così la tua, di caduta?" Lui mi guarda e sorride. Poi anche il cane mi guarda, e sghignazza beffardo, rispondendo dai denti aguzzi e sporchi "Certo, è stata una caduta dolorosa. Ma la caduta è sempre dolorosa, quando cadi da un'altezza considerevole. E io cadevo da un'altezza incommensurabile. Pochi lo immaginano, ma quello è stato il momento più felice, più dolorosamente completo della mia eterna esistenza.
Cadevo, attraverso i Serafini e i Troni, attraverso le sfere, fendevo l'aria gelida col mio corpo gelidamente perfetto e progettato per il male e pensavo: che bello cadere, è molto, molto più eccitante di volare.
Bisogna essere stati molto in alto per cadere come ho fatto io. Bisogna essere molto in basso per rendersi conto quanto in alto si era un tempo."

venerdì 8 aprile 2011

Passeggiate Romene - cinque.

Dopo Largo Argentina non resta che attraversare la strada e dirigersi verso il Pantheon. L'attrazione che questo monumento genera in me, quando mi ci trovo nei pressi, è micidiale. Non c'è verso che possa sottrarmi al campo gravitazionale creato dalla sua forma rotonda, o sarebbe meglio dire sferica. Il Pantheon piega, incurva lo spazio intorno ad esso come un pianeta, un gigante gassoso come Giove o Saturno, e tutto il paesaggio urbano deve fare i conti con le pareti curve e mattonose del colosso, con le sue colossali colonne granitiche, con il suo colore rosso troppo rosso per essere così vecchio e con la potenza rotante della sua stazza.
Da Largo Argentina ci sono due strade che conducono al Pantheon: via della Rotonda e via Dei Cestari.
La seconda è di gran lunga la mia preferita per due motivi: 1. è possibile passare per piazza della Minerva. 2. Lungo questa strada c'è un negozio molto interessante. Si chiama De Ritiis, e vende paramenti sacri. E' un posto strafigo, un negozio grandissimo dove è possibile aggiornarsi sulla moda sacra e vedere quali sono le tendenze della stagione.
La cosa che però mi attrae di più non sono tanto i vestiti, quanto gli accessori. Se siete un vescovo, un arcivescovo, un cardinale, avrete certamente bisogno di tutta una serie di suppellettili che non potete trovare ovunque. De Ritiis è il posto che fa per voi. E' il posto che fa per me. Quando cammino lungo Via Dei Cestari non posso evitare di incantarmi a guardare quelle vetrine scintillanti di oro e di avorio, di argento, dei colori del potere ecclesiastico. L'amaranto, lo scarlatto, così simile alla porpora imperiale. Cammino per via Dei Cestari ed ecco che all'improvviso capisco quanto mi piacerebbe essere un vescovo, o no, di più: un cardinale. Un principe della chiesa, un Eminentissimo Principe.
La mitria in testa, avanzo nel mio abito talare scarlatto. Benedico la folla che abbraccio con lo sguardo, posando il mio sorriso benevolo sui bambini, sulle vecchiette, sulle ragazze, sui ragazzi, sulle auto, sugli animali, sugli zingari che si accalcano per avere la carità. La mia carità è il mio sguardo benevolo, è il mio sorriso arcaico e aristocratico, è il mio passo lento, calmo, principesco in mezzo al turbinio della folla in fiamme, dei faciulli e delle mamme urlanti, che io placo imponendo la mia serenità frutto di duemila anni di indiscusso dominio delle anime. Io sono la Chiesa, io sono la Via la Verità e la Vita, io sono la Forza, io sono il Potere, io sono la spada di Cesare alla gola del Maligno.
Quando mi fecero cardinale non credevo che mi sarebbe piaciuto così tanto. Se fossi nato al tempo di Napoleone avrei fatto il soldato; se fossi nato al tempo di Napoleone III avrei fatto il Cardinale; sono nato al tempo del Grande Fratello e non mi resta che passeggiare per questa strada e vedermi al momento dell'ordinazione, in ginocchio dinanzi al Papa, mentre ricevo la berretta rossa simbolo del sangue che versero' per difendere la mia carica, insieme al governo di una chiesa di Roma: una Diaconia od un Titolo. E poi eccomi pronto, con i miei abiti sfolgoranti sangue e carisma, fendere la folla adorante.
Un uomo mi si appressa: porta al guinzaglio un cane nero. Mi si avvicina in un attimo, e la sua presenza e' tranquillizzante, forte, stabile.
E' il diavolo, lo capisco subito. Indossa un lungo cappotto logoro e scarpe sfondate, ha la faccia dolorosa e arida, cicatrici sui polsi e sulle braccia e occhi di brace che infiammano il freddo moscovita. Cammina affianco a me senza problema, mi eguaglia in statura e, nonostante gli abiti, mi supera in carisma. Camminando arriviamo in piazza S. Maria sopra Minerva, che prende il nome da una delle chiese mi piu' belle di Roma, costruita sopra il tempio di Minerva. Anche la piazza e' fantastica, con il suo obelisco retto da un elefantino di berniniana fattura. Mi porta al centro della piazza e mi indica una finestra. Proprio sotto la finestra c'e' una targa di marmo su cui e' scritto: "In questo edificio, gia' palazzo Conti, STENDHAL, che le Promenades dans Rome rendono degno del nome di Romano, abito' tra il 18... e il 18..."Le promenades dans rome...le passeggiate romane.

mercoledì 6 aprile 2011

Passeggiate Romene - quattro.

Subito dopo il ghetto, viene il caos di Largo Argentina. Uno dei miei posti preferiti a Roma. E non solo a causa della presenza, in questa zona, della famosa pizzeria Florida (che prende il nome dalla strada - o forse è la strada a prendere il nome dalla pizzeria visto che è una delle poche decenti della Capitale).
Nella mitica pizzeria Florida potrete assaggiare pizze al taglio di tutti i tipi; particolarmente consigliata quella con crema di zucca: vera, vera specialità. Il livello delle pizzerie a Roma, terribilmente basso, è per fortuna risollevato dalle pizzerie al taglio. Da questa, in particolare.
Uno degli errori peggiori che possiate fare a Roma è sedervi pensando che, dal momento che siete in Italia, qualunque pizzeria vi servirà una pizza buona, o per lo meno decente. Grave errore. In gran parte dovuto al gusto corrotto dei Romani in fatto di pizze. La ben nota rivalità fra la capitale d'Italia e la capitale partenopea ha portato i Romani ad elaborare un tipo di pizza antitetica a quella napoletana. Ricordo ai signori lettori che la pizza è stata inventata a Napoli, ed è stata esportata in tutto il mondo. Ma i Romani no, non la vogliono. E' "troppo spessa" (quando mai la pizza napoletana è spessa? E' il cornicione ad essere spesso, ma è dura farglielo capire). Comunque, se vi sedete in una tipica pizzeria romana vi serviranno un grosso cracker di forma rotonda, sulla cui superficie sono sparsi ingredienti in modo casuale, principalmente pomodoro e mozzarella che in comune con quella campana ha solo il nome. Romani, giuro che mi state simpatici. E' solo che la pizza non è cosa vostra: non vengo qui a sindacare su come fate la carbonara.
Dopo aver preso un succulento trancio di pizza comodamente attraversare la strada, rischinado ovviamente di morire (il rischio di morte, quando si attraversa Roma, è de rigueur) per poi sedervi nei pressi della balaustra che separa la strada dall'area archeologica.
Eh si, perché Largo Argentina è anche una delle più belle ed ignorate zone archeologiche di Roma, con i suoi quattro templi repubblicani e la porticus minucia  e i gatti che scorrazzano dappertutto.
Dimenticherò per un minuto di essere un archeologo: non voglio rovinarvi il fascino della rovina quindi niente tediose informazioni. Solo poche. Allora: i templi visibili sono quattro, anche se uno è in gran parte ancora sotto terra. A quale divinità tre dei quattro templi fossero dedicati è ancora oggetto di discussione (con buona pace di Filippo Coarelli); tuttavia sappiamo a chi è dedicato il più singolare, che è di forma rotonda, denominato comunemente "tempio B" ed edificato fra il II ed il I sec. a.C. E' il tempio della Fortuna Huiusce Diei, ovvero della Fortuna di questo giorno. Nome singolare per una divinità, no? Ecco il motivo di tanta stranezza. Il tizio che l'ha costruito, che ha voluto costruirlo, era un generale. Un grande generale, ma soprattutto un uomo di cultura. Si chiamava Quinto Lutazio Catulo ed era un retore, un poeta e un soldato.
Tuttavia, non amava particolarmente la guerra, e non era estremamente dotato nelle arti belliche. Diciamo che se la cavava. Fu però uomo politico di primissimo piano, e nel 102 avanti Cristo fu collega del celebre Caio Mario, quello di Mario e Silla, tanto per intenderci.
Insieme, affrontarono una delle più grandi minacce dell'Impero: i Cimbri e i Teutoni, pericolose tribù "barbariche" del Nord, premevano per stanziarsi entro i confini della Penisola facendo razzie e seminando il caos nel Nord Italia.
Il 31 luglio del 101 a.C. i due consoli affrontarono i Cimbri in una terribile battaglia presso Vercellae. I barbari, si sa, sono sempre stati cazzuti, e ce l'avevano duro ben prima della Lega. Anche quella volta fecero paura, molta paura, terrorizzando i soldati Romani con le loro armature dorate che riflettevano la luce del sole in mille scintille di luce rovente. Il caldo era soffocante, ma i barbari sembravano non curarsene.
I due generali, anch'essi spaventati, decisero allora di invocare l'aiuto degli dei. Mario, da uomo tutto d'un pezzo quale era, promise ai Numi un'ecatombe, qualora fossero stati benevoli, e si gettò furioso nella mischia urlando "a me la vittoria". èé
Lutazio Catulo, invece, si appellò alla Fortuna Huiusce Diei, la fortuna di quel giorno, affinché stesse dalla sua parte.
La sua fortuna fu effettivamente tantissima, e i barbari vennero massacrati a migliaia.
E ora noi abbiamo il privilegio di poter gettare la carta unta della nostra pizza nel tempio rotondo di Largo Argentina, sapendo che era dedicato alla fortuna di quel giorno. Sarà meglio cercare un secchio: non è che porterà scalogna al mio, di giorno?

giovedì 31 marzo 2011

Passeggiate Romene - tre.

Dopo il ponte, eccomi nel ghetto. O meglio, ai margini del ghetto, al confine. Non tutti sanno che Roma ha il più antico ghetto ebraico d'Europa dopo quello di Venezia. Tutti i giudei di Roma erano tenuti a vivere in una zona estremamente ristretta, lurida, malsana, a ridosso del Tevere.
Unico mestiere che era loro consentito di praticare era vendere gli stracci e, ovviamente, prestare denaro a credito...I muri che lo circondavano, rendendolo una cittadella claustrofobica, sono stati abbattuti ed il cuore ebraico di Roma è stato collegato con il resto della metropoli. Ovviamenete, dopo l'Unità il ghetto si è svuotato completamente di Ebrei. Ora sta a Roma come Little Italy sta a New York: la memoria di quello che è stato è preservata soprattutto dai ristoranti, che a decine si accalcano lungo via del Portico d'Ottavia, la Mulberry Street di questa piccola Gerusalemme. I vicoli puzzolenti sono stati in gran parte spianati per fare posto a strade più larghe e "cristiane". E' stata costruita una grande sinagoga, la cui cupola a quattro falde si può vedere dal Ponte Garibaldi. E' l'unica di questo tipo nella Capitale.
Di solito non entro nel ghetto: è un luogo troppo triste. Se c'è qualcosa che mi piace di Roma è che, tutto sommato, non si è svenduta più di tanto. L'identità della città è cambiata mille volte nel corso dei secoli, eppure c'è qualcosa che è sopravvissuto, che è rimasto inalterato. Anche della Roma dei Cesari. Certo, non si direbbe a vedere tutte queste rovine. La città che ha fatto l'autopsia di se' stessa, diceva un tizio francese di cui non ricordo il nome (ma non è nè Stendhal nè Sartre). Eppure è così: il senso non è scomparso, è solo cambiato.
Entro nel ghetto solo di notte. A notte fonda. Quando i ristoranti sono chiusi e solo un forno è aperto per sfamare i cazzoni che stanno in giro fino all'alba.
Il profumo del pane si spande fra i vicoli, disinfetta quel luogo dal lezzo di mercimonio della propria identità che lo caratterizza di giorno e ti dà un senso di pace, di tranquillità.
Non c'è niente di più bello che essere sorpresi dal profumo del pane. Camminare in mezzo al lerciume, combattere per la sopravvivenza nella giungla urbana pugnal fra i denti. Combattere per ballare vicino a quella figa in discoteca. Combattere per resistere alla sbornia e alla voglia di vomitare. Combattere contro l'ennesimo fattone che vuole vomitarti addosso dopo averti chiesto cento lire (sei rimasto un po' indietro, eh?)
E poi a un tratto il profumo del pane arriva a mettere pace.
Respira, fanno il pane. Non siamo più in guerra.
Non ancora.

Passeggiate Romene - due.

Insomma, la mia passeggiata comincia proprio da qui, dal Rione XIII, da Trastevere. L'unica zona del centro di Roma a non essere toccata dall'incendio di Nerone. Mah.
Certe volte i fiumi ti allagano, si prendono la tua casa e la tua macchina; certe volte invece ti salvano dagli incendi appiccati dalla gente creativa.
Comunque, da casa mia è un attimo a raggiungere il Tevere. Basta non guardare a terra, non guardare ad altezza uomo, e la fatica nemmeno si sente. In un attimo sei sul ponte. Sul ponte Garibaldi, intendo. E la vita, improvvisamente, sembra avere senso.
Ecco, questo è l'insulto più terrible che questa città possa farti. Perché, insomma, diciamoci la verità: Roma fa schifo. E' sporca, è caotica, è cafona, è grandissima, le sue infrastrutture sono un monumento all'inettitudine degli amministratori. Eppure, quando meno te l'aspetti, proprio quando l'ennesimo bastardo automunito ti ha schizzato addosso l'acqua di una pozzanghera, proprio quando l'ultimo cazzone in motorino è passato ad un millimetro dal tuo corpo, proprio quando sei lì lì per dire vaffanculo, sai che c'è? me ne torno in provincia che è meno provinciale, Roma ti salta addosso e ti divora e bam, quanto è bella sta città, maledizione.
Sei sul ponte e senti il fiume sotto di te, e quel fiume è il Tevere. Anche a chi non gliene frega un cavolo di storia non può non fare effetto. E poi: a destra, l'Isola Tiberina. La nave di pietra costruita in mezzo al fiume, una virgola di terra abbracciata dal Tevere, con il suo ospedale, la sua chiesa di S. Bartolomeo dove NON ci sono le spoglie di S. Bartolomeo, gli straccioni che dormono sui suoi ponti e quel tizio che vive dentro una specie di tenda verticale in cui passa le giornate seduto a suonare il sax.
A sinistra, il Cupolone. Sembra che Michelangelo sia riuscito a dare un senso anche ad un obbrobrio come S. Pietro. Maledetta. Mi hai fregato ancora.
Ancora una volta Roma è l'anagramma di Amor.

mercoledì 30 marzo 2011

Passeggiate Romene - uno. Gli alieni...boh.

Tutti hanno i loro percorsi preferiti, a Roma. E' un classico del Grand Tour, dalla guida Baedeker in poi. Decine di grandi uomini, poeti, scrittori, pittori hanno distrutto i testicoli dei posteri con le loro passeggiate romane, con le loro tediose descrizioni di quant'e' bella sta citta' e tutti i campanili e le chiese e il mattone e il travertino e il marmo eccetera. E i loro itinerari, poi...terribili. PiazzadiSpagnaviaCondottiviaDelCorsoPiazzadelPopoloVillaBorghese. Oppure: CampidoglioForiImperialiForoRomanoPalatinoColosseo. Oppure:PiazzaSanPietroBasilicadiSanPietroMuseiVaticaniStanzediRaffaelloCappellaSistina etcetera etcetera.
Bene. Come se non bastasse (e non basta mai) anche io ho una mia passeggiata preferita, a Roma.
Dato l'elevato tasso di zingari presenti lungo il percorso, molti dei quali monchi, zoppi, ciechi e pietibondi, ho deciso di ribattezzarla passeggiata romena. Ma non e' per razzismo. Non ho problemi con gli zingari. Sono uno stanziale pacifico.
La mia passeggiata comincia dalla parte sbgliata del Tevere. Che poi sarebbe quella giusta, nella mia modesta opinione. Da Trasvetere, muovo verso il ponte che porta il nome del nostro amato Eroe dei Due Mondi, entrambi parte Terzo Mondo: Garibaldi. E' il ponte più bello in questa zona.
A Roma non bisogna mai limitare lo sguardo ad altezza uomo. Roma fa schifo ad altezza uomo. Graffiti everywhere graffiano i monumenti e le facciate dei palazzi; statue barocche mutilate nelle parti intime e poi gente, gente, gente ovunque e puzza di piscio manco fossimo nel Medioevo. In realtà, sotto molti punti di vista siamo ancora nel Medioevo.
Trastevere è il quartiere della movida romana: tutta la città, più un'indefinita e multiforme massa di turisti, si ammassa in questi strettissimi vicoli per tutta la notte, nonostante il divieto di servire alcolici dopo le due. Ma chi se ne fotte? Siamo a Roma, e la lunga notte mediterranea deve essere ammazzata in qualche modo.
La giornata, poi, a Roma è terribile. La città di strapazza, con le sue distanze assurde ed i suoi orari micidiali, con i suoi trasporti sovraffollati e i suoi milioni di persone che corrono, a testa bassa, sotto il cielo azzurro o sotto la pioggia battente, schiacciati nella metro o sugli autobus, sui marciapiedi.
Anche per gli zingari, si, anche per loro la giornata è uno schifo. Tutto il giorno a chiedere soldi, a cercare di spolpare un pezzetto di grasso dal capitalismo incancrenito e moribondo.
Alla fine della giornata, quando un altro sole romano è tramontato sulla tua pelle, lasciandoti sporco di polvere e di smog, con gli occhi pieni del sole del meriggio e dello scintillio del travertino e della pioggia sui marciapiedi, sei sempre ridotto uno straccio.
E capisci perché, tutto sommato, Nerone non ha avuto tutti i torti ad accendere il fuoco.

venerdì 25 marzo 2011

Alieni due.

Comunque, dopo quella magica notte del documentario sugli alieni niente fu più come prima. Improvvisamente cominciai a pensare a quanto fosse profondo lo spazio. No, dico, a parte la vastità, che tutto sommato non ci interessa. La cosa che fa davvero più paura, dello spazio, è la profondità. E' molto più profondo, molto più buio di qualunque abisso. Una volta che ci sei dentro non hai più nessuna possibilità di tornare indietro: puoi solo andare avanti, perché tutto sommato fatti non foste per viver come bruchi ma come farfalle, e le farfalle, si sa, volano da tutte le parti. Solo che campano poco. E io mi perdevo a guardare lo spazio, rigorosamente ad occhio nudo. Attraverso la paura degli ufo, attraverso la paura dei maledetti alieni scoprii l'universo, e mi misi ad osservarlo.
Mio padre aveva un vecchio telescopio, e qualche volta lo piazzava davanti alla finestra del bagno, proprio sopra la tazza, e si metteva a guardare le stelle. A parte la situazione, indiscutibilmente divertente, non ho mai accettato l'ausilio di quell'aggeggio infernale. Maledetto Galileo. Che senso ha concentrare la vista in un solo punto e rinunciare in questo modo a vedere tutto l'universo? Potrei capirlo se, almeno, si potesse andare davvero a fondo nell'osservazione. E invece restiamo sempre sulla superficie, a sgrattare le croste del culo del cosmo. Per andare abbastanza a fondo mi sarebbe servita una cosa tipo Hubble, ma all'epoca ignoravo perfino cosa fosse. Con un telescopio come il nostro avremmo potuto vedere al massimo la facciaccia verde di un bastardo alieno a bordo della sua navetta e, credetemi, quella era l'ultima cosa che volevo vedere.
Quindi, mi piazzavo con la faccia fuori dalla finestra del bagno, quando mio padre non la occupava con il suo aggeggio infernale o con la sua mole, seduto sul cesso a guardare le stelle o anche, semplicemente, lo spazio vuoto in mezzo alle stelle. Lo Spazio. E lasciavo che il volto mi si congelasse, mi si ricoprisse della brina delle kristallnächte invernali, delle notti di cristallo che sigillavano la vegetazione e la strada, ibernando il mio naso che colava e che nemmeno me ne accorgevo.

Ogni tanto il vecchio (mio padre, che allora non era vecchio ma tant'è) entrava e dava lezioni di astronomia. Si piazzava dietro di me e indicava le stelle una ad una, creando invisibili segmenti di collegamento fra i puntini luminosi. Strane forme che la gente chiama "costellazioni" e che non assomigliano per niente ai nomi che portano. Orsa maggiore. Dov'è l'orsa? Io vedo solo quattro-cinque puntini nella notte. Orsa minore. Idem. Drago. Boh, nella mia testa i draghi sputano il fuoco. Dove cazzo è il fuoco? Qua fa un freddo boia. Cassiopea. Che, come diceva mio padre, è la più semplice perché assomiglia a una W. E allora perché non l'hanno chiamata semplicemente W?
Le costellazioni per me non hanno senso.

domenica 20 marzo 2011

Alieni uno.

Da piccolo avevo paura degli alieni. Aspetta, aspetta...mi correggo. Da piccolo ho paura degli alieni. Soprattutto di quelli della TV, indendiamoci.
Tutto è cominciato quando avevo sei, sette anni. Ero sul divano e mio padre aveva iniziato a guardare una trasmissione ideata e condotta da Alessandro Giacobbo. Esatto, proprio lui. E' anche autore, cosa credete? E insomma, a un certo punto ho cominciato ad avere paura.
Sapete, non è che gli alieni esistano davvero. Non esistono. Eppure...tutte quelle stelle, tutte quelle galassie...infinite. Non è possibile che non ce ne siano. E allora...anche se ci sono, però, è impossibile che forme di vita aliene arrivino sulla Terra. Ormai siamo sicuri (ma lo siamo?) che il nostro sistema solare è alien-free; le paure che alimentavano la fantascienza anni '50 (cosa si cela sotto la coltre nuvolosa di Venere? Quali arcaiche forme di vita brulicano sulla superficie martoriata di Plutone?) sono stati eliminati dalle esplorazioni delle sonde spaziali. Batteri: ecco gli unici abitanti - fossili - del nostro sistema solare. E così, come sempre capita, la frontiera è stata spostata più in là. Ma la frontiera non può, e non deve, essere mai raggiunta; tuttavia noi abbiamo insistito, e abbiamo spedito sonde nello spazio profondo, le abbiamo dotate di sistemi che permettano ad intelligenze lontane anni luce di capire dove siamo, di capire come siamo fatti; abbiamo graffito l'elica del nostro DNA sulla carlinga lucente di Voyager nella speranza, proiettata in una vertigine temporale che dà la nausea, di essere un giorno ricontattati.
Questo non è successo. Ancora. Eppure, ho una paura fottuta che possa succedere. E tutti quei cazzo di radar puntati verso il cielo? Tutti in attesa di un segnale dallo spazio profondo? Ma non potremmo farci i cazzi nostri e ignorare le forme di vita che mi terrorizzano? 

Insomma, durante questa fatidica trasmissione ho capito un sacco di cose importanti.
1. Gli alieni esistono.
2. Praticamente tutte le civiltà del passato sono frutto di una mente aliena: i Sumeri, gli Assiro-Babilonesi, gli Egizi of course, i Toltechi, gli Aztechi, i Maya, gli Inca. Per qualche strana ragione si salvano i Cinesi e gli Indiani: chissà, potrebbero incazzarsi e rapire Giacobbo e spedirlo nello spazio a cercare le origini della sua famiglia.
3. Un bel giorno del millenovecentoqualcosa una navicella aliena si è schiattata presso Roswell, New Mexico, USA (sempre gli Americani in mezzo alle cose che mi fanno più paura).
4. Nonostante questa navicella aliena si sia schiattata proveniendo da abissi siderali, in qualche modo il suo pilota non si è disintegrato ed è stato prelevato dalla NASA per essere studiato. Gli hanno fatto un'autopsia, l'hanno sezionato e studiato per benino; dopo un po' lo hanno rimesso in circolazione e nel 1982 ha raggiunto il successo mondiale incidendo l'album "Thriller".
5. Ci sono diverse specie aliene: quelli lunghi lunghi secchi secchi; quelli verdi; quelli verdi che sembrano rettili e che hanno già conquistato il mondo; quelli rossi; quelli fatti di pura materia siderale; quelli che ti leggono nel pensiero; quelli che etc.etc. Comunque quelli che a me fanno più cacare sotto sono quelli con la capa triangolare, bassi bassi e con gli occhi neri anch'essi triangolari. Brrrr.
Insomma, quella per me la serata del documentario sugli UFO non fu una bella serata: la passai praticamente tutta a leggere Topolino perché avevo troppa paura di guardare la tv. Questo ha peggiorato solo le cose, visto che avevo ancora le orecchie per sentire. E, quindi, sentivo e immaginavo. E questo è pericolosissimo. Per quanto sopaventosa possa essere un'immagine, il momento di maggior terrore si concretizza quando essa viene vista. Il ricordo resta orrorifico solo per un po' di tempo, poi perde gradualmente potenza fino a diventare ridicolo, anche divertente alle volte. Ciò che invece viene creato dalla mente e dalla fantasia, non diventando mai davvero tangibile, ha un carica orrorifica molto maggiore e molto più duratura, foraggiata continuamente da nuove più terribili fantasie. Cos'è quella luce nel cielo? E se fosse un alieno? Come faccio a saperlo se non ho visto quel cazzo di documentario ma l'ho solo ascoltato? Dubbi di questo genere affliggevano, tormentavano e sfiancavano il mio povero cervello cacasotto.

giovedì 13 gennaio 2011

Dinozauri! 15. Fine.


Il bidello non reagiva. Stava fermo, non si dimenava, non gliene fregava un cavolo. Un Allosauro passivo e disperato. Se ne stava immobile a fissare il corpo di Andrea dall'alto della sua stazza gargantuesca. Io e Antonio continuavamo nel nostro tentativo di abbatterlo: da quando avevo sentito il sapore del sangue non avevo più mollato la presa. Mordevo sempre più forte, volevo lacerarne la carne fino a sentirne l'osso, volevo spolparlo e scorticarlo. Antonio proseguiva a calciare gli stinchi dell'uomo che a un tratto ci guardò e, con gli occhi pieni di lacrime, ci sollevò entrambi afferrandoci per la vita, uno con il braccio destro e l'altro con il sinistro e ci portò più all’interno, verso la parte più nascosta del giardino. Nonostante ci agitassimo ogni forma di resistenza era chiaramente inutile: era lui il dinosauro più forte. Continuava a piangere, a sgorgare lacrime che poi leccava: non avevo mai visto un dinosauro così forte piangere così tanto. Poi si accovacciò e ci poggiò a terra, facendoci sedere. Ci teneva una mano ferma sulla gamba, in modo che non potessimo andar via, ma noi non ne eravamo più capaci. Stavamo fermi, in silenzio, e lo guardavamo, e anche lui ci guardava senza mai smettere di piangere. Sotto il mio grembiulino sentivo le punture delle siringhe, le sentivo sotto i palmi delle mani, vicino alle caviglie.
Volevo andare via. La scena era paradossale: noi eravamo fermi, seduti, terrorizzati a guardare il bidello assolutamente incapace di prendere ogni iniziativa; era un cadavere precoce e piagnone. Toccai con la mano una cosa molliccia ma familiare: mi girai un attimo a guardare se fosse qualcosa di peggio delle siringhe...ed era LUI! Il mio dinosauro! Stavo accarezzando la sua coda come ai cari vecchi tempi in cui insieme combattevamo robottoni e auto telecomandate! Era lì ed era lì per me, per salvarci! Avrebbe salvato anche quel coglione di Antonio, lui e il suo robottone.
Lo vidi uscire dalla vegetazione, alto, potente, sicuro sulle zampe posteriori ben piantate. L'Allosauro lo guardò: era troppo scioccato per reagire. Il mio T-Rex gli diede una codata, tsch, una sola, e lo mise KO.  L'Allosauro si accasciò e boccheggiò nella vegetazione selvaggia e siringosa.
Fra le foglie morte e i rovi sentii poi un altro rumore: un altro animale? Qualcosa stava sbucando dalla vegetazione postindustriale, postedilizia, postumana. Si faceva rapidamente largo fra i cespugli, fra le ortiche, schivando agilmente le siringhe e le bottiglie rotte. Poi venne fuori: il bidello, che si era steso a terra, la faccia fra le foglie morte, la terra che si attaccava al suo volto umido di lacrime, all'improvviso fu ridestato da questa nuova presenza e si mise in piedi, in attesa. Restammo in ascolto per qualche secondo. Io stringevo la coda del Tirannosauro il modo compulsivo, sentendone la superficie rugosa e morbida sotto le dita. 
Una bella gamba, tornita e con tanto di tacco, uscì dalla selva: si palesò, in tutto il suo metro e cinquantasette di eleganza e flessuosità, la mia amata maestra! Lei, alla fine, era venuta a salvarci! Meglio di un robottone, meglio di una macchina telecomandata, meglio di un dinosauro perfino! Ovviamente era scioccata. Gettò un occhio al cadavere di Andrea: fece per avvicinarvisi ma il bidello bastardo si frappose: “Non toccarlo!Non lo devi toccare! Lui è MIO!” Ciò detto prese una bottiglia da terra, una di quelle rotte e affilate, una bottiglia di Jack, per la precisione. Era mezza piena di terra. Poi ci osservò per un attimo e, posati gli occhi su Antonio, lo afferrò per un braccio e lo trascinò a se, tenendolo ben stretto al petto: lo bloccava, costringendogli la bottiglia vicino al collo teso e pulsante.  La maestra era sul punto di svenire: una visione angelica, con la sua calma serafica. Tutti i dinosauri, tutti i robottoni erano spariti al suo arrivo. Aveva portato la calma, la serenità, la lucidità del mondo adulto in quella tragica farsa spielbergiana. Tremava e i suoi tacchi affondavano nel terriccio contaminato: aveva delle belle scarpe nere. Che signora. Anzi, che signorina. Poi la sua voce flautata si animò: “Don Anto’…calmatevi. E’ tutto a posto. Non è successo niente. Lasciate stare il creaturo, chill nun ha fatt’ nient’.” Non l’avevo mai sentita parlare in dialetto. “O sacc’, o sacc" diceva il bidello, sempre piangendo. “Ma pur’io nun aggio fatt’ nient’. Dint’ a vita mia, nun aggio fatt’ mai male a nisciuno. Mai. E mo’…”  - “E mo’ vi dovete calmare, Don Anto’. Ve l’ho detto, non è successo niente.” Il bidello aveva perso il suo allure da Allosauro. Era diventato un piagnone, un piagnone triste e obeso, anche se teneva il bambino in ostaggio faceva una pena infinita. “Che volete Don Anto’?. Ditemelo a me. Che volete per lasciarlo andare?” Chiese la maestra. “Io…Io…nun voglio nient’. Niente voglio” rispose il trippone. Lasciò il piccolo che corse verso la maestra: questa lo abbracciò e lo coccolò, stropicciandogli i capelli e strizzandogli le guance con le dita. Tornai ad odiare Antonio come all’inizio. Il bidello restò a terra, inginocchiato, con la bottiglia di Jack rotta fra le mani. Non aveva smesso di piangere nemmeno per un secondo. “Don Anto’…andiamo” continuò la maestra. “Dove?” – “Andiamo via…andiamo via dal giardino. Torniamo a scuola. E’ ancora orario di lavoro per voi” – “See see…per me non è cchiù orario di lavoro: è un pezzo che non è più orario…io…aggio fernuto. Aggio fernuto. Ho finito. Sono finito.”
Ciò detto si avvicinò la bottiglia rotta al collo e la spinse dentro, forte: in un attimo fu trapassato, un coltello caldo nel burro; sgorgando sangue l’Allosauro si abbatté a terra, la faccia sulla terra, sugli aghi di pino, sugli aghi infetti, sulle foglie morte, sulla nostra infanzia brutalizzata e devastata, sui nostri sogni, sui nostri respiri affannati e sulle nostre fantasie.
Ecco perché tutta sta storia dell’archeologia, in fondo, è iniziata per colpa dei dinosauri.
Perché i dinosauri non esistono, per fortuna.Mentre gli alieni che hanno fatto le piramidi, quelli sì.

sabato 8 gennaio 2011

Dinozauri! 14. Penultimo (si spera!!!)


Alcuni dinosauri – non tutti, si badi – solo i più svegli, i più forti, i più cazzuti, cacciano in gruppo. E possono avere ragione anche di creature più grandi e potenti.
Ad esempio, qualora uno Scipionyx e un Deinonichus avessero vissuto nella stessa epoca di un Allosauro – perché così non fu... - avrebbero forse potuto avere ragione anche di questo, un animale molto più grande e forte. Perché? Lo spirito di gruppo, la volontà di sopravvivere, la necessità di fare fuori un avversario più forte e temibile sicuramente li avrebbero spinti a coalizzarsi. Una bestia come l'Allosauro può facilmente svuotare un intero ecosistema: era questa la ma teoria sull'estinzione dei dinosauri, foraggiata dai racconti di mio padre. Quando mi teneva in braccio, ancor prima che iniziasse la mia vera ossessione per le creature preistoriche, mi raccontava della loro esistenza e soprattutto della loro estinzione. La storia era più o meno questa: un giorno, venne al mondo il Tirannosauro. Era il dinosauro più forte e temibile; aveva bisogno di mangiare una quantità di carne assurda, tale da costringerlo a fare fuori tutti gli animali che incontrava sulla sua strada; quando un continente era stato svuotato di animali, il Tirannosauro si spostava da un'altra parte, e divorava tutte le creature che trovava. All'epoca era facile andare da un continente all'altro: la Pangea era tutta collegata. Vera globalizzazione ante litteram. Un bel giorno, il Tirannosauro si accorse che non c'erano più animali da nessuna parte: né erbivori, né carnivori. In compenso c'erano un sacco di piante.
Anche se stava morendo di fame, decise che non avrebbe mai, mai addentato un filo d'erba o una foglia. Esattamente come facevo io. E si lasciò divorare dalla fame causando l'estinzione dei dinosauri. Fine della storia.
Lì nel giardino della scuola stava succedendo la stessa cosa: l'Allosauro, il Leone del Giurassico, stava facendo strage di tutto quello che trovava. Ma sapete una cosa? Noi glielo avremmo messo in culo. Anche se eravamo piccoli e più deboli, eravamo in due, e avremmo avuto ragione di quel bastardo. Guardai Antonio il Deinonichus, nascosto fra i rovi infetti di siringhe infette; a sua volta lui mi guardò: avevo tutto il corpo graffiato dagli aghi che spuntavano ovunque dal terreno, fra le merde di cane, fra le foglie morte e moribonde. Indicava il bastardo-bidello- Allosauro al centro del nostro campo visivo: questi aveva adagiato il corpo di Andrea a terra e ne stava facendo scempio. Non c'era nessuna via di fuga: se ci fossimo mossi il laido carnosauro, nonostante la sua preponderante sporgenza ventrale, ci avrebbe raggiunto in un attimo e ci avrebbe fatto fuori uno alla volta. L'unica era: attaccare, insieme, e fare più male possibile. Un Deinonichus e uno Scipionyx avrebbero potuto aver ragione di un Allosauro? Lo saprete nella prossima puntata.
Scherzavo.
Non lo saprete mai.
Antonio capì d'istinto le mie intenzioni e si scagliò addosso al bidello bastardo: era un Deinonichus, quindi era armato di un terribile artiglio ad entrambi gli arti inferiori. Si scagliò sull'Allosauro mentre questi era distratto, di spalle, intento a ricomporre il cadavere di Andrea. Cercò di infilare il suo artiglio nella carne, e lo spingeva, lo spingeva forte sulle zampe del più grande, del più cazzuto carnosauro. Non potevo stare a guardare: ok, lo Scipionyx è un dinosauro piccolo. Ma può essere cattivo, se vuole: anche io avevo un artiglio. Decisi tuttavia di ricorrere all'arma classica dei dinosauri carnivori, categoria di cui facevo orgogliosamente parte: le fauci. Mi proiettai contro l'altra coscia del bidello con quanta furia avevo in corpo e iniziai a mordere, oh, a mordere con tutta la forza di cui ero capace: pensai a mille barrette kinder, a mille costolette di agnello, a mille zuccheri filati, a mille torroni Strega tostissimi da spezzare. Morsi, morsi, morsi, addentai fino a sentire il pantalone mezzo lacero dell'Allosauro cedere sotto il peso dei miei denti e finalmente la sua carne aprirsi dischiudendo un po' di sangue alla mia lingua, che iniziò a leccare. Il bastardo stava sanguinando, l'Allosauro accusava il colpo. Io e Andrea eravamo felici: schiamazzavamo con quanto fiato avevamo in gola perché era il nostro giorno, il giorno della nostra riconciliazione e soprattutto il giorno in cui anche quel cretino aveva capito che i dinosauri sono meglio dei robottoni.

lunedì 3 gennaio 2011

Dinozauri! 13. Siamo agli sgoccioli!

 No.
L'istinto di sopravvivenza per una volta prevalse sulla paura: la paura del bidello, della punizione, delle siringhe, della maestra, delle ragazze, delle donne, di non trovare un lavoro, di non trovare l'amore, di trovare l'amore, di odiare il lavoro che avrei trovato, di odiare il non trovare lavoro, del capoufficio, di leggere il giornale, della bomba atomica, del cancro, delle radiazioni, di non farcela ad arrivare al traguardo, di aver rotto il preservativo, dei barboni, di diventare un barbone, di non essere mai stato in America né in mongolfiera, dei terroristi, di diventare un terrorista, du essere ucciso da un terrorista.
Mi scossi dall'ipnosi della paura gettandomi a corpo morto dietro un cespuglio; strisciai a terra per un po': dovevo levarmi dalla visuale di quel bastardo e non farmi trovare quando, fra due secondi, sarebbe arrivato anche lui nel giardino della scuola. Sentii lo scrocchiare delle siringhe sotto il corpo, sotto le braccia, sotto le gambe. Niente ferite. Per il momento, almeno. 
Gli aghi non fanno male, quando entrano, soprattutto se il cuore ti sta pompando l'adrenalina a mille. Ansimavo, strisciavo verso il riparo graffiandomi gli avambracci con i rovi e le ortiche. E con gli aghi? Con la coda dell'occhio vidi Antonio correre dalla parte opposta alla mia: cercava di tenersi basso, di nascondere i suoi capelli biondi che nel rigido sole invernale spiccavano come riflessi sul mare. La luce lo avrebbe fottuto.
Il bidello arrivò nel giardino. Guardò a destra e a sinistra, come un predatore preistorico. Antistorico, metastorico, ultrastorico. Un maledetto archetipo. Stringeva tra le fauci il corpo molle di Andrea: forse era ancora vivo, ma di sicuro non si muoveva.
Non so perché ma era la prima volta che finalmente vedevo il bidello per quello che era. Il suo grembiule da lavoro blu era quindi solo una copertura. Il suo lavoro era solo una copertura. Il suo aspetto era solo una copertura. Lì, nella selva infetta, la sua vera natura si palesò in modo incontrovertibile. La sua natura di carnivoro. Un Allosauro, forse. Uno di quei grossi predatori bastardi, temibili avversari e competitori dei tirannosauri. Non grandi come un T-Rex ma comunque grandi, e forti, e veloci. E bastardi. Allosaurus viene dal Greco allos, “altro”, bizzaro, diverso e sauros, lucertola, rettile; in parole povere: lucertola bizzarra. Era un teropode carnosauro lungo dai 9 ai 12 metri negli esemplari adulti, alto 3,75 metri alla spalla e pesante 4,5 tonnellate circa, vissuto sul finire del Giurassico superiore (140-156 milioni di anni fa). Nonostante la sua mole, doveva essere molto agile e veloce oltre ad essere uno dei carnivori più grossi di quel periodo, riuscendo ad andare a caccia anche di sauropodi; per questo è chiamato "Il leone del giurassico". Il suo nome deriva dalla differente conformazione delle vertebre rispetto a quella di altri dinosauri che, per la loro leggerezza, gli valsero anche l'epiteto fragilis. A quanto si può arguire dalle testimonianze fossili questi enormi carnivori erano ben adattati alla caccia; sono state trovate molte ossa di Apatosaurus che recavano chiarissime tracce dei denti degli Allosauri, testimonianza dell'aggressività e della voracità di quei feroci rettili. Erano caratterizzati anche da strane tendenze sessuali che li portavano ad accoppiarsi con animali di specie diverse e con stracci bagnati trovati nei cessi degli asili. Gli scienziati pensano che questo sia uno dei motivi della loro estinzione.

L'Allosauro procedeva stringendo la sua preda fra potenti mascelle sanguinolente: il mio amico pendeva dalla sua bocca esangue, esanime, esametro (no, aspetta...vabbè che il registro si è fatto epico ma non esageriamo). Il corpo martoriato di Andrea era addobbato con una misera pelle di Mammuth conciata, come un uomo primitivo. Mamma mia: tutta sta storia era diventata una sciarada pietosa. Dinosauri e uomini primitivi. Un'aporia cronologica intollerabile per la mia mente classificatoria e maniacale. E' vero che la morte può trasformarsi in farsa in un attimo.
Antonio...il bambino che era scappato nella direzione opposta alla mia: che dinosauro era Antonio? Il bidello era un Allosauro, ok; Andrea, il poverino...era un cazzone di Australopithecus caduto in una falla spazio-temporale, e così si spiegava anche la sua precoce morte. Vidi un Deinonychus schizzare velocissimo attraverso la selva tropicale preistorica nello spazio davanti a me: era Antonio! Che dinosauro nobile che era! Veloce, rapido, crudele; armato di un artiglio particolarmente lungo e ricurvo con cui sventrava le sue prede affrontandole faccia a faccia. La caratteristica dei Deinonychus erano velocità e la leggerezza; probabilmente erano fra i pochissimi dinosauri a sangue caldo, e per questo erano coperti di un folto piumaggio multicolor. Cacciavano in gruppo. E noi adesso eravamo un gruppo: tutto quello che rimaneva di un gruppo mezzo sterminato dal maledetto bidello/Allosauro.
Quanto a me? Che dinosauro ero io? Sapevo cosa aspirassi ad essere, sapevo cosa volevo essere, ma sapevo anche di non essere all'altezza. Non potevo essere un T-Rex: erano troppo grossi, troppo violenti, troppo forti. Mi guardai le dita: erano diventate artigliate ed affilate. Mi guardai il corpo: era sottile, lungo basso. Due esili ma veloci zampe mi tenevano su. La coda era tesa: avrebbe dato stabilità durante la corsa. 
Ero uno Scipionyx Samniticus. Il dinosauro il cui fossile era stato trovato nei pressi della mia città qualche anno prima. Il primo dinosauro rinvenuto in Italia, un cucciolo che viveva sulle sponde della Tetide, del mare interno. Al momento della scoperta fu tristemente ribattezzato da un settimanale “Ciro”. Quindi, ero il dinosauro Ciro. Ok, sempre meglio di un erbivoro del cazzo.