La finestra ha le tendine rosse: quando ci butto uno sguardo si muovono appena. Un uomo le scosta con il dito e mi guarda a sua volta: ride, di me. Se solo sapessi che faccia aveva Stendhal potrei forse riconoscerlo.
Il mio amico, mollando un calcione al suo cane nero, mi fa cenno di proseguire in direzione del Pantheon, camminando lungo via della Minerva. Non appena scorgo la curva della Rotonda, la superficie bombata e circolare de Pantheon, questa ci attrae in un vorticoso Maelstrom di mattoni e marmi, di colonne granitiche e decorazioni in technicolor. Ruotiamo, nuotiamo nel vortice creato dalla mole del colosso romano, il tempio di tutti gli Dèi, anche del mio, anche dell'uomo col cane affianco a me.
In un attimo tutta la processione prende il volo, e io non sono alla testa ma solo in mezzo: con la mia veste, con la mitria e tutto il resto mi alzo in volo trascinato dalla folla rigurgitante pietà e dolore, carità, carità, carità per pietà per favore, e tutti si appressano ai miei piedi attratti dal colore sanguigno dell'abito talare e dal carisma che scaturisce dai miei gesti lenti e calcolati, arcaici, perfetti.
Il vortice sale, sale, sale sempre fino al tetto del tempio ed eccoci tutti in bilico sulla sferica cupola forata, in equilibrio precario sull'oculo attraverso cui vediamo la gente entrare nel Pantheon con noncuranza, facendo chiasso e accalcandosi vicino alla tomba dell'Urbinate, di cui la natura aveva paura e ancor di più lo ebbe la morte. Tutti ci affacciamo dall'oculo verso il basso, ma la gente non sembra notarci: siamo una cupola del Correggio viva e vitale e vorticante
E poi, tutta la folla perde l'equilibio e precipita.
Giù, attraverso l'oculo, la mia folla adorante si schianta sul pavimento marmoreo del tempio invocando pietà, pietà, pietà per favore e in un attimo BUM, spiattellati ai piedi dei turisti dalle gambe lattiginose che li scavalcano, mostrando le loro nudità scottate dal sole alle facce contorte dal dolore e dallo schock della caduta. La caduta. Mi rivolgo all'uomo col cane: l'unico rimasto vicino a me. Siamo sulla verticale dell'oculo. "E' stata così la tua, di caduta?" Lui mi guarda e sorride. Poi anche il cane mi guarda, e sghignazza beffardo, rispondendo dai denti aguzzi e sporchi "Certo, è stata una caduta dolorosa. Ma la caduta è sempre dolorosa, quando cadi da un'altezza considerevole. E io cadevo da un'altezza incommensurabile. Pochi lo immaginano, ma quello è stato il momento più felice, più dolorosamente completo della mia eterna esistenza.
Cadevo, attraverso i Serafini e i Troni, attraverso le sfere, fendevo l'aria gelida col mio corpo gelidamente perfetto e progettato per il male e pensavo: che bello cadere, è molto, molto più eccitante di volare.
Bisogna essere stati molto in alto per cadere come ho fatto io. Bisogna essere molto in basso per rendersi conto quanto in alto si era un tempo."
Il mio amico, mollando un calcione al suo cane nero, mi fa cenno di proseguire in direzione del Pantheon, camminando lungo via della Minerva. Non appena scorgo la curva della Rotonda, la superficie bombata e circolare de Pantheon, questa ci attrae in un vorticoso Maelstrom di mattoni e marmi, di colonne granitiche e decorazioni in technicolor. Ruotiamo, nuotiamo nel vortice creato dalla mole del colosso romano, il tempio di tutti gli Dèi, anche del mio, anche dell'uomo col cane affianco a me.
In un attimo tutta la processione prende il volo, e io non sono alla testa ma solo in mezzo: con la mia veste, con la mitria e tutto il resto mi alzo in volo trascinato dalla folla rigurgitante pietà e dolore, carità, carità, carità per pietà per favore, e tutti si appressano ai miei piedi attratti dal colore sanguigno dell'abito talare e dal carisma che scaturisce dai miei gesti lenti e calcolati, arcaici, perfetti.
Il vortice sale, sale, sale sempre fino al tetto del tempio ed eccoci tutti in bilico sulla sferica cupola forata, in equilibrio precario sull'oculo attraverso cui vediamo la gente entrare nel Pantheon con noncuranza, facendo chiasso e accalcandosi vicino alla tomba dell'Urbinate, di cui la natura aveva paura e ancor di più lo ebbe la morte. Tutti ci affacciamo dall'oculo verso il basso, ma la gente non sembra notarci: siamo una cupola del Correggio viva e vitale e vorticante
E poi, tutta la folla perde l'equilibio e precipita.
Giù, attraverso l'oculo, la mia folla adorante si schianta sul pavimento marmoreo del tempio invocando pietà, pietà, pietà per favore e in un attimo BUM, spiattellati ai piedi dei turisti dalle gambe lattiginose che li scavalcano, mostrando le loro nudità scottate dal sole alle facce contorte dal dolore e dallo schock della caduta. La caduta. Mi rivolgo all'uomo col cane: l'unico rimasto vicino a me. Siamo sulla verticale dell'oculo. "E' stata così la tua, di caduta?" Lui mi guarda e sorride. Poi anche il cane mi guarda, e sghignazza beffardo, rispondendo dai denti aguzzi e sporchi "Certo, è stata una caduta dolorosa. Ma la caduta è sempre dolorosa, quando cadi da un'altezza considerevole. E io cadevo da un'altezza incommensurabile. Pochi lo immaginano, ma quello è stato il momento più felice, più dolorosamente completo della mia eterna esistenza.
Cadevo, attraverso i Serafini e i Troni, attraverso le sfere, fendevo l'aria gelida col mio corpo gelidamente perfetto e progettato per il male e pensavo: che bello cadere, è molto, molto più eccitante di volare.
Bisogna essere stati molto in alto per cadere come ho fatto io. Bisogna essere molto in basso per rendersi conto quanto in alto si era un tempo."
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