e insomma, che lo sfacelo cominci!

Odio i blog. Ma soprattutto odio i blogger. Innamorati di sé stessi, a volte cool a volte loser, spesso ignoranti, spessissimo arroganti. Una descrizione in cui mi rispecchio perfettamente. Perché aprire un blog, e soprattutto perché non aprire invece un blogger ed esporre le sue interiora al pubblico ludibrio? Per quanto mi riguarda la risposta è semplice: sono anche io un cazzone innamorato di sé stesso, un egomaniaco che usa le sue letture e citazioni per far vedere ai suoi amichetti che in realtà è uno forte, anche se a scuola le ha sempre prese, anche se a calcio ha fatto sempre schifo, anche se se l'è sempre fatta sotto quando si trattava di menare le mani per davvero ecc.ecc. E' a questo che serve la cultura: ad arrivare dove non si riesce con la natura. Cioè alla figa. Diventando un intellettualoide, uno pseudonerd o qualcosa del genere, non si fa altro che prendere la strada più lunga, tuttavia per andare dalla stessa parte. Là in mezzo.

Ora veniamo al titolo del blog. Non c'è pretesa di serietà in quello che scrivo come non c'è pretesa di serietà nelle pippe. Parliamoci chiaro: chi mai prenderebbe sul serio le pippe? E invece, ahimé, sono serissime. Sono la cosa più seria del mondo: gente come Freud ha fondato intere teorie sull'onanismo e su tutto ciò che ruota attorno ad esso, mani incluse. Sesso, sesso, sesso: il pansessualismo di Freud non è altro che il nostro pansessualismo: é il motore della maggior parte delle nostre azioni. La masturbazione, l'autoerotismo è il primo passo verso quello che verrà dopo, e cioé più autoerotismo o autoerotismo più complesso o autoerotismo di coppia ecc.ecc. Una grossa, lunga variazione sul tema. Che comunque ci farà bruciare la cappella, alla fine.

Ho deciso di voler aprire questo blog non solo perché sono innamorato di me stesso, ma anche perché voglio costringermi a scrivere. E so che rispondere ai vostri insulti, alle vostre considerazioni, ai vostri suggerimenti - se sarete così gentili da darmene - mi costringerà dietro la tastiera e mi costringerà a fare pratica, ad esercitarmi e a darmi una disciplina nello scrivere, che è la cosa di cui più ho bisogno. Disciplina. E pomata per il pisello.

Inoltre, metterò sul blog i miei racconti, in modo che chiunque voglia potrà stamparli e usarli come costosa ma goduriosa carta igienica. Non metterò racconti già completi: li scriverò mano a mano e voi li vedrete nascere. Vedrete la parte che nessuno scrittore permette mai ai suoi lettori di vedere: quella della bozze, quella degli errori, quella delle banalità. E' una goduria voyeuristica, no?

mercoledì 29 dicembre 2010

Dinozauri! 12. Ci siamo quasi.


Fu Antonio, il più sveglio fra noi, a spronare la compagnia ad andarsene affanculo il più velocemente possibile. E' questo che fanno le prede: scappano. Sono le prede morte che stanno ferme. Antonio mi afferrò per il braccio: era pur sempre il mio migliore amico, anche se non poteva perdonarmi di aver massacrato il suo robottone. Mi strattonò e mi tirò, spingendomi a seguirlo subito, immediatamente a rotta di collo verso il giardino della scuola. Andrea fece un secondo più tardi di noi: non appena realizzò che noi stavamo schizzando via in direzione opposta alla finestra del bagno seminterrato da cui eravamo usciti, si lanciò al nostro inseguimento. Il panzone, con grandissima, disperata agilità si era già infilato nella fessura fra i due vetri orizzontali della finestra e ormai poggiava con un piede a terra. Il lardo scavallava a destra e a sinistra del pannello inferiore, ma questo non lo rallentò di un secondo. Si proiettò all'esterno in modo pesante ma deciso, un fottuto treno in corsa. La forza, oltre all'esperienza: ecco il secondo dono più bello che ti fa la vita. E sono proprio le due cose che distinguono un uomo da un bambino. E un dinosaurino da un vero T-Rex. 
Mentre fuggivamo a perdifiato verso il giardino della scuola pensai al mio tirannosauro: forse giaceva ancora lì nell'erba, proprio nella lingua di giardino in cui mi stavo andando a nascondere. Sapevo che se avessi raggiunto il giardino ce l'avrei fatta: mi avrebbe difeso fino alla morte. Ma ora dovevo essere io a correre, dovevo essere io più veloce di un Velociraptor. Dovevo essere io un Velociraptor e arrivare alla selva oscura, nascondermi in quella schifezza di giardinetto in cui il T-Rex avrebbe potuto tendere un agguato al bastardo in grembiule blu. Con due pesanti spinte delle grosse cosce il bidello raggiunse Andrea. Lo afferrò per la testa e gli mise una mano sulla bocca, esattamente come aveva fatto con Mimmo. Non poteva stare lì a lungo, nel cortile: chiunque avrebbe potuto vederlo. Puntò anche lui verso il giardino, dopo aver preso il bimbo in braccio sempre tenendogli la mano schiacciata sulla bocca. Anche da quella distanza potevamo vedere le sue lacrime bagnare la mano viscida e forte di Don Anto': sapeva come sarebbe finita.
Finalmente io e Antonio raggiungemmo il giardinetto: si trattava di un luogo piccolo, ma incredibilmente selvaggio. Anni di incuria avevano causato la crescita casuale e insensata delle piante: la frequentazione dei tossici del quartiere gli aveva dato quel tocco da campo minato che caratterizzava di giardinetti pubblici anni '80 – '90. Siringhe. Ovunque. Sangue rappreso, aghi nascosti fra gli aghi di pino, scatolette celesti di acqua distillata, accendini. Ogni tipo di schifezza albergava in quei pochi metri quadri di verde. Quando qualche pallone andava a finire là in mezzo non c'era nessuno che si sognasse mai di andarlo a prendere, tanta era la paura dell'AIDS. Questa strana sigla, pronunciata dalle mamme nei modi più assurdi (aiz, a-i-di-esse-, la 'malatìa' e una volta addirittura ajax) era al centro del terrorismo psicologico che i nostri genitori ci somministravano in materia di droghe fin dalla più tenera età. E a ragion veduta: l'eroina aveva trasformato ogni spazio urbano appartato – o anche non appartato – in un luogo frequentato da tossici, che lasciavano sempre i loro ricordini insanguinati. L'ondata di coca della fine dei '90 avrebbe posto quasi fine all'uso di quella droga infame: i ragazzi avrebbero preferito sfondarsi le narici di polvere piuttosto che iniettarsi orgasmi liquidi nelle vene. Ma a quel tempo, droga era sinonimo di eroina, ed eroina era sinonimo di siringhe infette. 
Non appena varcammo la soglia del giardinetto ne vedemmo a centinaia; non volevo stare in quel posto, faceva schifo, era pericoloso. Mia madre mi aveva detto mille volte di non calpestare MAI le aiuole, e non certo perché fosse amante della natura. Erano dappertutto: alcune ancora con gli aghi, altre senza; fra la terra coperta di rifiuti potevi vedere aghi che sbrilluccicavano palesando la loro triste, pericolosa esistenza. 
Mi girai un secondo. Il bidello correva verso di noi: la mano, ancora rossa del sangue di Mimmo, era ora intrisa della saliva di Andrea, che appariva invece rassegnato: si faceva trasportare come un cadavere, come se stesse facendo le prove generali dell'eterno riposo. Il laido maiale mi guardò e capii che il prossimo sarei stato io. Restai fermo: decisi che tutto sommato potevo anche morire a sei anni: avevo avuto tutto quello che avevo desiderato dalla vita. Gelati, cioccolata, annusare la benzina super quando mio padre metteva carburante al self. E un Tirannosauro di gomma. un bellissimo Tirannosauro. 

domenica 26 dicembre 2010

Dinozauri! 11. La fine è vicina: non mollate!

 
Il laido bidello si lanciò al nostro inseguimento: non aveva l'agilità di un ragazzino, ma la prospettiva di due testimoni cacati sotto che scorrazzano per la scuola gli mise una certa premura.
Antonio, il mio compagno di banco, non aveva fatto in tempo a passare per la finestra e a scavalcare: era rimasto giù, nel bagno, e aveva assistito allo spettacolo della morte di Mimmo da una vicinanza shockante. Era riuscito solo a mettersi in piedi sul termosifone che stava proprio sotto la finestra, mentre il povero Mimmo si dimenava e frignava sotto la stazza preponderante di Don Anto'; era poi rimasto paralizzato a guardare la scena senza reagire in alcun modo: come noi tutti, era per così dire scollegato, separato da una membrana d'aria che lo isolava dagli eventi vicini che in realtà non riuscivano a toccarlo. Era in piedi come uno spettatore di giochi al Colosseo nel momento in cui il reziario trafigge con il tridente il secutore: solo che era molto più vicino e non si stava divertendo affatto. Death in technicolor.

Nonostante il peso e la stazza, il bidello stava per arrampicarsi agilmente sul termosifone che stava sotto la finestra: era proiettato ferocemente verso Antonio, in piedi lì sopra.
Noialtri, fermi, lo guardavamo compiere i suoi movimenti goffi ma decisi, un grassone determinato. E' questo il più grande regalo che ti fa la vita, forse: l'esperienza. Non importa se sei un grassone e un depravato: se sei stato al mondo per un certo numero di anni sai come si fanno certe cose, sai come farle al meglio, sai come essere determinato e pericoloso. Anche se sei un grassone laido e panzone sai come ci si arrampica su di un termosifone perché probabilmente l'hai fatto un miliardo di volte. E anche se non hai mai soffocato un bambino, hai visto abbastanza film, hai letto abbastanza raccontini del cazzo di Giovanni per capire come ti devi comportare. La tua mente è bella che formata, deviata, martirizzata dai modelli culturali, depressa dai fallimenti, resa ipersensibile e ipereccitabile dalla sensualità che ormai guida ogni tua azione. Edonismo. Sinapsi lente e goderecce. E' la decadance che guida ogni tuo respiro, ormai.

Mentre il vecchio porco scalava quella montagnella di ghisa, Antonio si svegliò dal tuo coma terrorizzato e sgattaiolò fra i pannelli della finestra: era fuori con noi, libero. Io e i miei compagni eravamo però fermi, paralizzati. Mimmo giaceva a terra: schiuma sanguinolenta gli usciva dalla bocca per mischiarsi all'urina del pavimento. Tutto il suo grembiulino ormai era intriso di piscio. Fu quella la cosa che mi fece più schifo, e al contempo la cosa che mi fece capire davvero il concetto di morte. Non vertigine profonda, non eternità o oblio o purgatorio o dolore o assenza di dolore.

Semplicemente: “inermità”: una stortura grammaticale che dovrebbe essere inserita a pieno titolo nei dizionari. Etimologicamente, inerme significa “chi è senza armi”, ovvero chi non può reagire, chi non può opporsi in alcun modo ad un certo corso degli eventi, che ti travolgono mentre sei, appunto, inerme. Fino all'Ottocento inerme significava soprattutto “senza denti” o “con i soli denti da latte”. Il povero Mimmo, ormai, non aveva più nemmeno quelli. Cosa c'è di più inerme di un cadavere? La dignità della persona, in questo caso del bimbo era calpestata dagli eventi che lo avevano reso cadavere e che ora continuavano a ignorarne lo status – ormai perduto – di “umano”. La dignità è calpestata dall'inermità. Cosa c'è di meglio di un perfetto solecismo per indicare l'innaturalezza e al contempo la completa naturalezza e accettabilità dalla morte?
Mimmo giaceva a terra come il cadavere svergognato di Sarpedonte, profanato dagli Achei sotto le mura di Troia: giaceva nel piscio e nella triste desolazione della fine prematura.

Il bidello aveva ormai terminato la scalata del termosifone e si accingeva a mettere un piede sul davanzale interno della finestra. Come avrebbe fatto a passare, lui trippone e mollaccione, di tra i pannelli orizzontali della finestra, nessuno avrebbe potuto immaginarlo in una situazione normale, quotidiana. Lui stesso probabilmente non passava il suo tempo a soffocare bambini. Tuttavia passava di certo molto del suo tempo a scopare stracci nello stanzino del bagno. Il vecchio era per noi un pericolo imminente; tuttavia restavamo immobili in un limbo di paura e rassegnazione, lucido e allo stesso tempo allucinato. Tre ragazzini cacati sotto dalla paura; l'infanzia che improvvisamente finisce per tutti: per il povero Mimmo, che era andato, e per noialtri. Dove c'è la morte non c'è spazio per le classi di età. Aspettavamo la giusta punizione: sapevamo che in qualche modo ci eravamo macchiati di una gravissima colpa: in particolare io. Il mio compagno era morto per davvero, al termine di uno scontro fra dinosauri e robottoni qualcosa aveva preso una piega terribilmente storta, terribilmente seria: il confine fra gioco e realtà, fra morte immaginata e morte fisica era stato varcato. Questo comportò inevitabilmente un senso di colpa diffuso e soprattutto la volontà fortissima di espiazione. Ecco il vero motivo per cui le nostre gambe non ne volevano sapere di smuoversi e di far volare i nostri corpicini in un posto più sicuro: la dovevamo pagare, a il bidello era lì per questo. Dovevamo pagare per essere venuti al mondo.

lunedì 20 dicembre 2010

Dinozauri! - 10

 Era troppo per il povero piccolo: cominciò a piangere in modo rumoroso, le lacrime gli bagnavano il volto rendendolo salato e rosso, paonazzo nello sforzo disperato di comunicare il suo disagio e – soprattutto – la sua incomprensione. Il bidello prese a urlargli addosso: un bambino che piange attira l'attenzione, e avrebbe attirato l'attenzione sulla presenza di Don Anto' nel gabinetto dei bambini chiuso dall'esterno. Qualcuno sarebbe presto arrivato: la nostra maestra, o semplicemente una maestra che stava in una classe vicino al bagno. Oppure, perché no, la direttrice, e sicuramente avrebbe chiesto al bidello che cavolo ci faceva là dentro. Non era amato da nessuno, nella scuola, perché era palesemente un laido e perché era un pessimo lavoratore: tutti sapevano che era stato assunto perché lo zio era il parroco. Il famoso zì prete che acconcia tante situazioni.
E allora: nella mente dell'uomo balenò il pensiero che occorreva far tacere il piccolo in qualche modo, quindi prese a urlare peggio di lui e a dargli schiaffi sulle guance rosse, che però poterono solo diventare sempre più rosse e bagnate dell'acqua salata che colava dagli occhi del povero Mimmo. Il piccolo, ovviamente, incrementò il volume fino a farsi schizzare gli occhi fuori dalle orbite: erano anch'essi rossi e gonfi di pianto, e i capelli sottili e chiari gli si attaccarono alla fronte sudata fino a che il bidello non gli mise una mano sulla bocca, e spinse forte per ricacciargli il fiato in gola sussurrando all'orecchio rosso e morbido del piccolo: “Ti ha sta zitt', 'e capit'? ZITTO!” Mimmo lo guardava: aveva capito, doveva smettere di urlare. Ma non poteva, non ci riusciva: lo spavento, il terrore erano tali da poter solo condurre verso una reazione sempre più isterica e rumorosa. Avrebbe voluto smettere di gridare, così tutto sarebbe finito; aveva capito che non si otteneva nulla a far incazzare il bidello. Non ci riusciva: sbavava sulla mano rugosa del vecchio che puzzava di tabacco e di sperma secco e di piscio, di straccio bagnato, di omicidio. Don Antò tentava di zittirlo con lo sguardo, guardando il piccolo in cagnesco attraverso le lenti spesse e graffiate, sporche, mentre con la mano premeva sempre più forte sulla bocca del bambino fino a sentirne i denti graffiargli il palmo, e poi gli incisivi da latte cedere e rompersi in uno schizzo di sangue che si mischiò a quello fuoriuscito dalla sua stessa mano.
Mimmo si dimenava come un rettile, come un piccolo dinosauro, pensai, e non mollava, non voleva mollare nonostante avesse rivoli di sangue e saliva che gli colavano dalla bocca fino a bagnargli la gola e il colletto del grembiule, insanguinato e umido. All'improvviso, poi, il piccolo si accasciò e divenne molle; il vecchio si pulì addosso il sangue sulla sua mano: un misto del proprio e di quello del bimbo. Il grembiule blu divenne nero nei punti in cui il vecchio lo aveva usato come asciugasangue. Poi ci guardò. Noi eravamo fermi, tremanti: avevamo assistito a tutto lo spettacolo dalla finestra, in silenzio religioso, il fiato strozzato in gola e il cuore che batteva forte nelle tempie. Il vecchio ci guardò e in quel momento, nonostante la nostra giovane età e la sua inesperienza in merito, tutti capimmo quello che avremmo dovuto fare. Non ci sono molte cose più semplici, in natura. Noi: scappare. Lui: darci la caccia. Il problema era: le mie gambe tremavano così tanto che mi era impossibile comandarle. Avevo finalmente capito cosa significasse avere paura.

domenica 19 dicembre 2010

Dinozauri! 9


Il vecchio porco si avvolse la carta igienica attorno al pisellino ormai rattrappito, dopodiché si sistemò una di fascia della stessa carta attorno alla vita, una specie di adamitica foglia di fico che gli avvolgeva i fianchi abbondanti e strabordanti. Fatto ciò uscì dal suo angusto rifugio e si infilò in una delle cabine con i gabinetti. Lo vedemmo arrampicarsi sul water, perdendo nella mossa anche il misero perizoma cartaceo. Il suo culo peloso si palesò all'altezza dei nostri nasini sbalorditi e disgustati. Saremmo diventati così? Era quello che sarei diventato a trenta, quaranta, cinquanta anni? Piegato dal vizio, la voce corrotta dal fumo, il fegato ingrossato, la pancia strabordante, il ventre prominente e molle, la libido sfrenata e malata, l'aspetto imbolsito, vizioso, il temperamento reso debole e sensuale dall'abuso di sostanze e di me stesso?
Pensai che mi sarebbe piaciuto morire allora, lì dentro, accasciandomi sul microcesso che stava nel microbagno dei microuomini dell'asilo. Morire così, perfetto nella mia fanciullezza, selvaggio e senza compromessi. Biondo. E riccioluto.
Il vecchio tirò fuori dalla cassetta dello scarico i suoi vestiti, sigillati all'interno di una busta. Realizzai quanto quell'uomo non avesse un cazzo da fare per tutta la giornata: spogliarsi, mettere i vestiti in una busta, mettere la busta nello scarico e poi chiudersi in un ripostiglio non è cosa che si fa in un minuto. E capii anche perché rompeva tanto le palle a noi bambini quando volevamo andare in bagno in orari diversi da quelli stabiliti da lui, che erano estremamente ristretti. Il gabinetto gli serviva, e certo non per mingere o defecare immacolati stronzetti da bambino. Ecco dove si rintanava il vecchio porco tutte le volte che le maestre lo chiamavano perché qualche bimbo aveva vomitato, o aveva pisciato per terra, o aveva versato la cocacola sul pavimento rendendolo azzeccoso. Mi ricordai di quella volta che Nando, il figlio del meccanico, se l'era fatta sotto in classe. Non era certo la prima volta: lo faceva praticamente sempre, e non era più ormai nemmeno un'umiliazione per lui. Tuttavia lo fu per la maestra, la mia amata maestra, quando non trovando il bidello dovette farsi dare scopa e straccio e fare lei il lavoro di quel depravato. Probabilmente, lui era nel bagno dei bimbi chiuso nel ripostiglio a scopare una scopa.
In un attimo il vecchio si era vestito e aveva indossato anche gli indumenti da lavoro. Si rivolse a noi con quel suo fare arrogante, come quando chiese alla maestra che aveva appena finito di asciugare la pipì di Nando se pure a casa sua pulisse così male.
“Allora ragazzi...adesso dobbiamo uscire da qua. Ma siamo chiusi dentro, giusto?” - “Giusto” - “Bene”. Il suo briefing del cazzo era finito. Rimase fermo a pensare. “Non possiamo uscire dalla porta; io non ho la chiave ma anche se ce l'avessi...” ovviamente non voleva farsi vedere uscire dal bagno, il bastardo. Sapeva che avremmo sicuramente detto qualcosa per discolparci della fuga. Lanciò uno sguardo alla finestra: era troppo alta per noi, ma non troppo alta per lui. Era troppo stretta per lui, ma si sa che il grasso non è un problema, quando si deve salvare la pelle e la faccia. “Ragazzi! Possiamo uscire dalla finestra!”. Intervenne Antonio: “E che cosa succede dopo? Se la maestra scopre che siamo andati via...poi si arrabbierà. E dove andremo poi? Io voglio TORNARE IN CLASSE!” - “Shhhh....sshhh....non urlare cristo! RAGAZZI! SIETE IN PUNIZIONE, NO? E QUA LA MAESTRA NON C'E', QUINDI DOVETE FARE QUELLO CHE VI DICO IO!”. Ok, ok, ci mise ancora paura urlando con la sua gola intossicata dal fumo. Avevamo sei anni, no?
In un attimo, Andrea era sulle spalle del bidello. La finestra era del tipo orizzontale a due pannelli: in pratica bisognava infilarsi nell'apertura orizzontale fra i due pannelli di vetro trasparenti, e non era affatto semplice. Andrea mise un piede sul davanzale e agilmente passò attraverso lo spazio vuoto, uscendo subito dall'altra parte. Ma non era felice: era lì fermo e aveva paura di tutto: del bidello e della sua voce, della maestra che sicuramente si sarebbe incacchiata nera, di me che l'avevo menato senza motivo e che ogni tanto lo guardavo torvo, solo per assicurarmi che ancora mi temesse.
Il secondo a salire fui io: mi arrampicai sulle spalle del vecchio porco e in un attimo fui fuori, sgusciando nell'intercapedine fra i due pannelli di vetro. Poi toccò a Mimmo. Iniziò a frignare: disse che no, non ne voleva sapere di salire là sopra. Non capiva che cosa stesse succedendo: non capiva perché il suo pupazzetto di He-Man si era sfracellato contro la lavagna, non capiva perché la maestra lo aveva chiuso nel gabinetto, non capiva perché io avevo menato Andrea e soprattutto non capiva che cazzo ci faceva il bidello nudo nel ripostiglio del cesso con uno straccio attorno al pisello.

giovedì 16 dicembre 2010

Dinozauri! - 8


 O meglio, si stava scopando lo straccio che attaccava alla scopa per lavare a terra nei corridoi. Ma questo, ovviamente, lo avrei capito solo molti anni dopo. Ero un bambino sveglio, ok, ma avrei dovuto aspettare ancora qualche anno per vedere le dolci porte della depravazione dischiudersi davanti ai miei occhi meravigliati.
Tutto divenne subito molto strano. Quell'uomo di mezz'età nudo, nel bagno dei bimbi, con uno straccio avvolto attorno al pisello... “Don Anto' vi siete fatto male?” Fu quello che mi venne da dire. Pensai che si fosse chiuso il prepuzio nella zip, cosa che mi era capitata un'infinità di volte, e stesse usando lo straccio per fermare l'emorragia. “No, no Giovà...non ti preoccupare...non è niente...voi piuttosto che ci fate qua?” - “Noi?” sentii l'imbarazzo crescere e globalizzarsi. Ci vergognavamo per essere stati puniti, anche se non capivamo bene il perché. In fondo avevamo agito al meglio delle nostre possibilità e nei limiti del nostro carattere. Decisi di mentire: “Siamo rimasti chiusi dentro...abbiamo provato a uscire ma la porta si deve essere chiusa da fuori per sbaglio.” Fu il “per sbaglio” ad insospettire il bidello, che nella sua infinita depravazione stava pensando a come non essere accusato di pedofilia. Quattro ragazzini lo avevano visto nudo nel bagno, nascosto, mentre compiva atti strani con uno straccio e una scopa. Se lo avessero saputo, come minimo lo avrebbero licenziato. Facilmente avrebbe potuto finire in galera: il pover'uomo era terrorizzato. “E voi? Che ci fate là dentro?” Chiesi, impertinente. 
Che goduria fu vedere il rozzo bastardo alcolizzato e tabagista arrossire come una verginella! Pur non capendo esattamente cosa stesse succedendo, mi resi facilmente conto che si trattava di qualcosa di strano, e che Don Antonio – questo il nome del nostro valoroso scopatore di scope – era in una situazione analoga alla nostra. E chissà perché intuivo che i dinosauri non c'entravano nulla. “E poi...” continuai. La situazione cominciava a piacermi: un bambino, un ragazzino cazzone e fissato per i rettili preistorici stava chiaramente tenendo per le palle il vecchio bidello porco. Se avessi voluto, avrei potuto farlo fisicamente e fisicamente dargli una strizzatina. Titolo del giornale locale: “Bambino seienne molesta bidello nudo nel bagno della scuola.” Figo. Lo incalzai: “e poi...perché siete nudo lì dentro?” Il bidello andò in confusione. Mi guardava fisso, con i suoi occhi rugosi e cespugliosi, e non sapeva ovviamente che cazzo dire. “Ehm....veramente io...sto qui perché...perché...ragazzi...ho un po' da fare, ecco tutto. Ho da fare. Faccio il bidello, è questo il mio lavoro. Non devo dare spiegazioni a delle creature come voi.” La sua voce era roca e catarrosa: chissà quante sigarette aveva fumato mentre era chiuso lì dentro a fare sesso con oggetti inanimati. Stracci. E scope. Che odio. Odiavo questo, degli adulti: potevi sorprenderli a fare qualunque porcata, in qualunque lurida posizione, in qualsivoglia triste momento: non erano comunque tenuti a darti spiegazioni perché eri un bambino. Dico: io ti trovo con uno straccio avvolto attorno al cazzo nel bagno di una scuola elementare/materna e non ho diritto a nessuna spiegazione? Tu puoi fare sesso con i più laidi oggetti nel luogo dove io tiro fuori il mio pisellino per mingere, farti sorprenderti e passarla liscia? 
“Allora...ascoltatemi bene, ragazzi. La direttrice non sa che sono qui. E non l'addà sapé. Quindi voi vi dovete stare zitti, avete capito? O io vi faccio 'na facc' e schiaff' quant'è vero che mi chiamo Don Antonio.” Ok, ok...con la sua voce roca era spaventoso, lo ammetto. E ci aveva spaventati. La minaccia aveva funzionato: in fondo che cavolo ne sapevamo noi del mondo? Magari aveva tutte le ragioni per stare là dentro. Tuttavia...se non aveva niente di losco da nascondere, perché non voleva che ne parlassimo con la direttrice? Non che l'avremmo mai fatto, ovviamente...ma una parolina alla maestra, alla mia amata maestra avrebbe potuto scappare. Anche solo per farla sentire in colpa di averci chiuso nel bagno perché eravamo alle prese con dinosauri e robottoni, di averci rinchiuso - seppur involontariamente – con un tizio che si avvolgeva stracci attorno al pene. “Sentite bene, Don Anto'. Noi non abbiamo fatto niente di male. E vogliamo uscire di qua. E voi ci dovete aiutare. Tengo un dinosauro da salvare.” Ciò detto gli porsi un po' di carta presa dal rotolo affianco al lavandino perché si coprisse le vergogne.




venerdì 10 dicembre 2010

Dinozauri - 7


Dunque, analizzai le possibili vie di fuga. 1. Porta. Impossibile uscire: era chiusa a chiave. Avrei potuto sfondarla, probabilmente; avremmo potuto sfondarla se vi ci fossimo avventati contro tutti insieme. Ma non sarebbe comunque stato facile. Inoltre, avremmo fatto un casino tremendo, la maestra si sarebbe incazzata come una iena e ci avrebbe somministrato qualche altra, peggiore punizione. 2. Finestra. Sopra i lavandini, dentro i quali non pisciavamo solo perché eravamo troppo bassi, c'erano delle finestre lunghe e strette che si aprivano dal basso, azionate da una lunga asta. Erano ad un'altezza siderale per noi nanetti dell'asilo. E allora...e allora non c'era speranza. Non c'era modo di andare a recuperare il T-Rex prima che qualche bastardo di terza elementare lo mettesse nella sua collezione e gli facesse fare strage di soldatini.
Odiavo Antonio: era tutta colpa sua. Se si fosse sottomesso, se avesse accettato la superiorità del mio animale preistorico sul suo robottone, se fosse entrato nella mia fazione gettando quel maledetto robot nella munnezza non saremmo stati in questo casino. “Tu e il tuo robottone” - mormorai a bassa voce, per la paura di prenderle. Ma ero nervoso...e Andrea continuava a piangere. Allora mi avvicinai a lui e gli mollai un cazzotto nella pancia, come avevo visto fare nei film americani che mio padre mi somministrava quasi ogni sera. Il bambino mi guardò incredulo, shockato dalla violenza inusitata e inaspettata. Era la prima volta che riceveva un cazzotto, ovviamente. Ed era la prima volta che io ne davo uno. Quella sensazione...quel sapore della sopraffazione. Mi avrebbe conquistato. Era stato stupendo: lui piangeva, frignava. E io ero incazzato e volevo prendermela con qualcuno; tuttavia non potevo picchiare Antonio: lui non era un debole. Mi avrebbe sicuramente messo a terra. Ma Andrea....sapevo di non correre nessun rischio con lui. L'effetto immediato fu che il bambino smise di piangere perché era chiuso nel bagno e, dopo un minuto di pausa in cui si manteneva le budella come se l'avessi trapassato con un gladio, ricominciò con maggior vigore e per un'altra, più realistica ragione. Pensai a mia madre, che mi minacciava di darmi un motivo serio per piangere quando frignavo per cose stupide distruggendo le palle di tutti. La cosa più bella però fu che in questo modo gli altri bambini, anche Antonio cominciarono a temermi. Antonio, che io non avevo avuto il coraggio di colpire, ora aveva paura di me. Perché sapeva che, se avessi voluto (se avessi potuto, in realtà) l'avrei colpito come avevo fatto con Andrea. Colpirne uno per educarne quattro. Tuttavia il problema non era risolto: eravamo ancora bloccati dentro al cesso e il mio T-Rex era ancora in pericolo. Decisi: “Allora ragazzi, mi sembra chiaro che non possiamo continuare a stare qui dentro. Dobbiamo uscire. Ma non dobbiamo farci beccare sennò la maestra ci metterà di nuovo in punizione”. Con il mio gesto avevo alzato la tensione, avevo alzato il livello dello scontro. Ora tutti avevano premura di uscire, tutti non vedevano l'ora di allontanarsi da quel pazzo che menava cazzotti senza ragione a chi stava già piangendo. “Idee?” Silenzio di tomba. Maledetti bambini lobotomizzati dal Nintendo: totalmente senza cervello. Tuttavia, nel bagno dei maschietti non regnava proprio il silenzio. C'era un sommesso gemito, a dire la verità. Era appena appena udibile, una sorta di rantolo inarticolato. Basso, e roco. Pensai che un cane stesse tirando le cuoia là dentro, da qualche parte. Mi misi a seguire il rumore. Veniva chiaramente da uno dei minuscoli stanzini che ospitavano i gabinetti. Aprii il primo, niente. Solo la microscopica tazza del cesso e due rotoli di carta igienica appoggiata a terra. Piscio di bambino ovunque. Aprii il secondo: niente. Apri il terzo e ultimo: ancora niente. Che cazzo era? Guardai in fondo alla stanza: sulla parete c'era una specie di porticina che chiudeva un'apertura nel muro in cui si riponevano gli attrezzi per lavare e spazzare la scuola. La porta era socchiusa. Mi avvicinai e tesi l'orecchio....mhrgh, mhrgh, mhrgh...sì, veniva proprio da lì. Un animale in agguato sicuramente si nascondeva dietro la porta. Un qualche dannato mammifero, magari un gatto, animale fra i più odiati da me e da mio cugino. Pelosi, incazzosi, snob. Tutti difetti che i dinosauri non hanno. Aprii la porta di scatto facendo un balzo indietro, aspettando di essere aggredito dal felino o dal topo o da qualunque altra bestiacca fosse lì nascosta.
E invece...incrociai lo sguardo del bidello. Era in piedi, stretto nello spazio angustissimo fra scope e stracci, e mi guardava attraverso i suoi occhiali a culo di bottiglia, spessi e graffiati. Aveva dei begli occhi azzurri: le rughe attorno agli occhi ne frammentavano lo sguardo in mille rivoli secchi e polverosi.
Era nudo. E aveva uno straccio avvolto attorno al pisello. Praticamente, si stava scopando una scopa.

mercoledì 8 dicembre 2010

Dinozauri! - 6

 
Ci guardammo. 
Eravamo stressati, tristi, il nostro furore agonistico aveva distrutto i nostri giocattoli. Mimmo, il cui pupazzetto di He-Man si era disintegrato contro la lavagna, stava per gettarmisi addosso e darmele di santa ragione, come avrebbe fatto chiunque, se non fossi stato salvato dall'intervento fulmineo della maestra che urlava a squarciagola invocando i nostri nomi. Si avventò su di me, dolcissima erinni che avevo esasperato con i miei comportamenti molesti, io che portavo il caos in quella classe altrimenti tranquilla, con le mie pistole, i miei giochi violenti, le mie bombe a mano. “BASTAAAA!!! ADESSO VI CHIUDO TUTTI E TRE NEL CESSOOO – scusate nel BAGNOOOO” - non dimenticava mai le buone maniere. Detto fatto, afferrò me e Mimmo per le braccia, intimando gli altri due ragazzini di seguirci. I vigliacchi ubbidirono senza batter ciglio. Uscimmo dall'aula e la maestra ci spinse nel bagno dei maschietti, sbattendo la porta con fragore e chiudendola dall'esterno. Prima che avessimo capito esattamente cose stesse succedendo ci trovavamo prigionieri, noi rivali eravamo improvvisamente compagni di sventura in quella dimensione parallela dell'asilo. Guardai i ragazzi: erano incazzati neri. Incazzati neri con me. Non sapevo cosa dire: mi rendevo conto che era colpa mia, in fondo: avevo alzato il livello dello scontro portando in campo un giocattolo più forte dei loro. Ma non potevo evitarlo; non si può chiedere a un dinosauro di non dominare, sarebbe come chiedere al fuoco di non bruciare. “Non vi preoccupate, ragazzi” – dissi - “Il mio tirannosauro ci verrà a prendere!” - “SEI UN COGLIONEEE!!!” urlò Antonio, il mio compagno di banco, il mio ex amico. “NESSUN DINOSAURO CI VERRA' A PRENDERE, CAPITOOO? IL TUO DINOSAURO E' UN GIOCATTOLO! I GIOCATTOLI NON SONO VIVI!” 
Un giocattolo. Era questo quello che quel cretino pensava del mio tirannosauro. “No Antonio, ti sbagli” - risposi calmo - “i robottoni non esistono. I dinosauri sì. Abbiamo le ossa”. Fu allora che Antonio, con la sua manina da bambino dell'asilo, mi allungò un ceffone e mi stampò cinque dita in faccia. Ok, me l'ero meritato. L'altro ragazzo, Andrea, era in evidente stato confusionale. Era evidente che non era mai stato chiuso nel bagno per punizione. Per me non era la prima volta, ovviamente...non era la prima volta che finivo dentro. Ma sapevo che se mi fossi comportato bene sarei uscito presto con la condizionale. Bisognava solo stare attenti a non fare casino, stare tranquilli, e in pochissimo tempo saremmo usciti.
Il problema, quando hai sette-otto anni, è che il tempo non passa mai. Il tempo è una sostanza collosa, i minuti si tendono pigramente da una tacchetta all'altra del Flick-Flack; ogni scatto della lancetta è una lenta, densa progressione. Ogni secondo si dilata, ogni ora vuota di giochi e di televisione è come un'ora del gemello in orbita, ma con un cane che ti morde le palle. Un inferno spazio-temporale. L'unico vero nemico dei bambini, oltre ai pedofili e ai camerieri nei ristoranti, è la noia. E' quando i bambini si annoiano che succedono cose strane, che provano a dare fuoco alle tende, che si improvvisano cuochi o ciclisti in mezzo al traffico o acrobati o giocolieri con le bottiglie di acido muriatico eccetera. Inoltre, io ero un bambino iperattivo. Molto iperattivo. Ogni minuto fermo era un minuto sprecato: chi me l'avrebbe restituito, una volta nella tomba?
Vedevo la mia vita come una vertigine verso il nulla: non potevo, non dovevo stare fermo un solo minuto. Muoversi, era questo che si doveva fare. Muoversi. Andrea piangeva, oh, come piangeva. E come lo disprezzai. Brutta femminuccia. Avevo fatto bene a distruggere la sua macchinetta telecomandata: era troppo debole per guidare. Di sicuro da grande sarebbe stato uno di quelli che fanno guidare la moglie. Ma Antonio era pronto a saltarmi alla giugulare. Era incazzato come una scimmia, mi odiava per aver esagerato, per aver scherzato con il suo robottone, per averglielo distrutto e umiliato stritolandolo tra le fauci del T-Rex. Ma non capiva che non era stata colpa mia. Non avrebbe mai dovuto sfidarmi: un ammasso di ferraglia e circuiti non può competere con un animalone preistorico. L'altro bambino era il più confuso. Mimmo, quello del pupazzetto di He-Man. Era triste, troppo triste per la repentina morte di due dei suoi eroi: non solo il biondo principe di Greyskull ma anche il suo fido Battle-cat. Si erano entrambi sfracellati contro la lavagna con ampio spargimento di pezzetti di plastica esplosi nell'aria al momento dell'impatto. Aveva visto He-Man perdere la testa, letteralmente, e collassare a terra decapitato e solo. Una morte orribile per un aristocratico.
Ma io...io avevo ancora delle speranze. Il mio T-Rex era di gomma, infatti. E la gomma, si sa, non è fragile. Forse, una volta caduto dalla finestra era semplicemente rimbalzato a terra. Forse era finito nel giardinetto immediatamente sottostante, senza riportare danno alcuno. L'unico pericolo era rappresentato dagli altri bambini. Avrebbero potuto rubarlo. Io so quanto faceva gola agli altri il mio dinosauro. La mia era una scuola elementare, non solo un asilo. Ok, se avessi visto un altro moccioso con il mio animale avrei potuto andare là, spaccargli la faccia o ricattarlo o dargli dei soldi e tornare in possesso del mio giocattolo. Ma se l'avesse preso qualche ragazzo delle elementari? Uno di terza, tipo....o uno di quinta? Uno di quei bastardi arroganti, già grossi e uomini, praticamente, che rispondevano male alle maestre, che non facevano i compiti, che prendevano ripetizioni? Non potevo competere con quelli là. Dovevo uscire da quella cazzo di prigione, e subito. Non potevo aspettare che alla maestra passasse l'incazzatura. Dovevo uscire. Subito.

lunedì 6 dicembre 2010

Dinozauri! - 5

 Ad ogni modo, sto robottone mò stava là, davanti a tutti, e non se ne voleva andare. Cioé: davanti al T-Rex, che era tutti in quanto era, appunto, il Rex. Il Voltron si chinò a bere anche lui un po' d'acqua. Ma l'acqua non rovinerà il suo muso metallico? E quando mai si è visto un robot bere? Quella è roba da animali, non da macchine del cazzo. Avesse bevuto petrolio, l'avrei forse capito. Ma acqua...Era evidentemente una provocazione. Era solo un modo per spingere il tirannosauro allo scontro. Ormai, credo l'abbiate capito, il mio T-Rex non necessita di questo tipo di prove per dimostrare la sua forza.  
È l'animale più forte in circolazione, punto. Ma...è più forte di una macchina? Questo è il quesito cui mi era necessario rispondere. Non si tratta di un semplice erbivoro, o di un evidentemente inferiore mammifero. Qui stiamo parlando del più avanzato prodotto della tecnologia aliena. Acciaio inossidabile. Alluminio. Silicio. Circuiti. Forza, rapidità frutto dell'ingegno di qualche strana creatura dello spazio, qualche essere subumano che ha compensato le proprie mancanze naturali con un cervellone da paura. Un cervellone in grado di creare golem di ferro pronti a sottomettere ogni forma di vita a base di carbonio. Andava affrontato. Non c'era modo di evitare lo scontro; non era solo una lotta fra due creature: erano due mondi ad affrontarsi. Dinotopia contro Omicron Persei 8. Il T-Rex capì di essere in svantaggio, stavolta: non aveva nessuna arma a parte i suoi artigli, i denti e la coda, e probabilmente il suo tsch non avrebbe sortito un grande effetto sul gigante elettronico. Di sorpresa, spiccò un balzo dall'altra parte del torrente e si proiettò addosso al Voltron: era più grosso e più forte, ma più lento. Il robottone si sfracellò al suolo con un tonfo mentre il T-Rex cercava di azzannarlo. I suoi denti di gomma però non riuscivano a penetrarne la plasticosa superficie: scivolavano, rimbalzavano senza esito. Il patetico dinosauro stava sbavando sul corpo del robottone senza infliggere a questi nessun danno. Il Voltron se la rideva. In un attimo fu di nuovo in piedi. In realtà, non era un unico robot: era un composto di cinque robot meccanici indipendenti, capaci anche di staccarsi dal suo corpo per infliggere attacchi contemporaneamente. Il tirannosauro non sapeva in che casino si era messo: non aveva solo uno ma cinque avversari. Le braccia del robottone si staccarono e presero la forma di leoni metallici, attaccando contemporaneamente il T-Rex, maledetti felini robotizzati. Il dinosauro agitava la coda, tsch, e li colpiva alla testa e al corpo ma non riusciva a fermarli, non riusciva ad arginare i loro attacchi bestiali e i loro artigli gelidi e metallici.

A un tratto il cielo si squarciò e apparve He-Man, cavalcando il suo fido Battle-cat, la tigre . Non si capisce perché, ma l'onore di Greyskull era stato messo in pericolo tanto dal tirannosauro che dal robottone. Il Regno di Greyskull andava quindi difeso con tutte le forze, affrontando i due mostri in modo eroico, degno del principe Adam – alias He-Man. Senza pensarci su due secondi, il biondocrinito eroe si gettò nella mischia. Menava fendenti a destra e a manca con la sua Spada del Potere, mentre il temibile Battle-cat addentava il metallo del robottone o la morbida carne del mio tirannosauro. La lotta era strenua e caotica, un folle tutti-contro-tutti che avrebbe portato ad un globale annientamento delle creature in competizione se il robottone di Antonio, stretto tra le fauci del dinosauro, non fosse stato scagliato con tutta la violenza di cui ero capace (ed era una cifra) a terra, giù dal banco di scuola che era il nostro campo di battaglia, frantumandosi in mille pezzettini di plastica iridescente. Il T-Rex aveva vinto ancora, ovviamente. Guardai Antonio con aria sprezzante e divertita. Il povero bastardo le aveva prese. Ero sicuro che avrebbe iniziato a piangere; è questo il modo in cui il vigliacco risolveva tutti i suoi problemi: piangendo e dimenandosi. Che cacasotto. E invece il mio migliore amico prese il mio dinosauro e, afferratolo per la coda, tsch, lo scagliò in direzione della finestra facendolo volare via dall'aula, via, verso il cemento marcio del cortile antistante. Il combattimento iniziato sul banco si stava allargando in modo spaventosamente veloce. Presto sarebbe stato incontrollabile. Preso da una furia cieca e balocchicida, afferrai il pupazzetto di He-Man con tanto di battlecat, manovrato dal mio compagno Mimmo, e lo scagliai contro la lavagna nera sporca di gessetti colorati. Il corpo nerboruto dell'eroe si schiantò contro la grafite rompendosi in due parti. La macchina telecomandata di Andrea (avete capito, telecomandata) che non aveva fatto nemmeno in tempo a entrare nello scontro causa esaurimento pile, fu schiacciata dalla mia poderosa scarpa n. 15. Tsch. Come un vero tirannosauro.

domenica 5 dicembre 2010

Dinozauri! - 4


Ragazzi, questo è il mio dinosauro”. Con cinismo, con cattiveria, mi guardarono e “Chi se ne frega!” Al mio dinosauro! Al mio T-Rex! A me! Persi la testa e iniziai a urlare e a piangere, sì, a piangere davanti a tutti. “Ragazzi! Voi non capite!Questo qui è l'animale più forte del mondo! Con la sua bocca potrebbe stritolare una 500! L'hanno fatto vedere a Quark l'altro ieri!” - “Una 500?” - fece un bambino dalle occhiaie pesante e flaccide - “Se fosse stato forte avrebbe stritolato per lo meno una...una Ferrari!” Una Ferrari...lo odiai, oh come lo odiai. Asciugandomi le lacrime, decisi che dovevo prendere in mano la situazione. “Allora. Io mi sono stancato di essere cliticato da voi. Mi sono STANCATO! Ed è per questo che ho deciso che sfiderò tutti i vostri robottoni, macchinette, costruzioni e tutti i vostri altri giocattoli a un duello mortale. Vedremo chi è il più forte, alla fine. VEDREMO!” Ero incazzato nero. Presi il T-Rex e lo sbattei forte sul banco, ringhiando. Grrrr. GRRRR. Il suo ruggito si spandeva nell'aula terrorizzando tutti, maestra compresa, la quale però non avrebbe dovuto avere paura perché io, ovviamente, non avrei permesso al mio dinosauro di farle del male. E invece il bidello avrebbe avuto dei problemi, dei seri problemi. Era zoppo, ed era uno stronzo di fumatore incallito. Non avrebbe potuto scappare dal mio rettile gommoso, né avrebbe potuto afferrarlo per il colletto e trascinarlo a terra come faceva con noi quando cercavamo di andare in bagno prima dell'orario consentito. Dopo i miei compagni, sarebbe toccato a lui. Il T-Rex l'avrebbe inseguito, con le sue grosse zampe l'avrebbe raggiunto in un lampo. Una volta raggiunto non l'avrebbe sbranato, non in modo così semplice. L'avrebbe preso delicatamente usando le sue immense fauci (sì, perché il mio dinosauro sa essere anche delicato, se vuole, e non picchia mai le donne) e l'avrebbe appeso al portabiti delle maestre, quello troppo alto per appenderci i nostri cappottini. Dopodiché avrebbe riunito tutti i ragazzi della scuola, in particolare quelli che erano stati schiaffeggiati, umiliati, sgridati dalla voce roca del bastardo zoppo, e li avrebbe incitati a cantare tutti in coro la celebre canzone partigiana: Avanti popolo, alla riscossa/dei professori vogliam le ossa/e della preside vogliam la pelle/ per far le scarpe alle bidelle/ delle bidelle ce ne freghiamo/ e delle signorine c'innamoriamo/ e se qualcuno ce lo impedisce/ noi gli faremo il culo a strisce ecc.ecc. A quel punto, consumata l'umiliazione, il bidello bastardo avrebbe potuto tornare a pulire i cessi come aveva sempre fatto, ma per punizione noi avremmo sempre pisciato per terra nei secoli dei secoli, costringendo il pover'uomo a umilianti lavori di asciugatura della nostra urina. Non che normalmente ci curassimo più di tanto di centrare il buco, a dire il vero.
Ad ogni modo, al bidello avrei pensato dopo. Ora avevo altri avversari. Sul tavolo c'erano: un macchina telecomandata (avete capito bene, telecomandata) un pupazzo di He-Man e, udite udite, il robottone Voltron del mio compagno di banco. Antonio, il bastardo. Si era schierato contro di me. “Scusami, ma non posso permettere a nessuno di insultare il mio Voltron” era stata la sua lapidaria giustificazione alla propria presa di posizione. “Bastardo”, mormorai. “Te la farò pagare”.
Quello che seguì fu il più epico degli scontri. Lo scenario, ovviamente, era la preistoria. Un mondo preistorico in cui la Terra aveva smesso da poco di essere una palla infiammata, dove piante carnivore si cibavano dei carnivori che si cibavano degli erbivori che si cibavano delle piante carnivore, in una complicata matrioska di cannibalismo. Anche stavolta, il T-Rex si stava abbeverando ad un torrente. Niente di particolare, stava solo facendo le sue abluzioni mattutine. E' un dinosauro pulito, si sa. Aveva un certo appetito, ma nei paraggi non c'erano bastardi erbivori cui ricordare chi era all'apice della catena alimentare. A un tratto, ecco che un megarobottone cala dal cielo chiaro del mattino preistorico; atterrato dall'altra parte del torrente, inizia a scrutare con fare di sfida il dino intento ad abbeverarsi. Era un Voltron, robottone di un altro pianeta, ovviamente. Come se non avessimo abbastanza problemi qui sulla Terra! Ma io dico: con tutte le eruzioni vulcaniche che ci sono, i gas tossici sparati nella giovane atmosfera, meteoriti che fanno crateri grandi quanto il Golfo del Messico ogni due per tre avevamo bisogno pure dei robot alieni a cacare il cazzo?

sabato 4 dicembre 2010

Dinozauri - 3


Il mio compagno di banco mi aspettava seduto sulle scale della scuola. Non era proprio il mio compagno di banco, in quanto non stavamo mai realmente seduti per più di dieci minuti. Diciamo che ci eravamo scelti: eravamo i migliori amici, quelli che si alleavano contro gli altri, quelli che lottavano insieme contro lo strapotere e la tirannide del corpo docente. Antonio. Come me allergico al latte, condivideva con me l'urgenza di andare in bagno all'improvviso, quando il suo intestino si ribellava a tutte le tossine che non avevamo potuto fare a meno di immettere nel nostro organismo. Ok, si può fare a meno di bere latte, ma non si può fare a meno di mangiare cioccolata e gelato. La vita fa schifo senza gelato e cioccolata. E noi ne avevamo disperatamente bisogno. Come me, non era particolarmente apprezzato dalle ragazzine. Troie. Ma noi sapevamo perché: non eravamo stronzi abbastanza. E questo era tutto. Perché sapevamo entrambi di essere incredibilmente belli. Altrimenti, perché le nostre mamme avrebbero dovuto continuare a ripetercelo?

Dunque, eravamo belli, quello che ci mancava era il potere. E grazie ai dinosauri ce lo saremmo preso. “Ciao Antò...come stai?” - “Ciao Giovà”. Sì, esatto. Questa storia è schifosamente autobiografica. Ma anche non è schifosamente autobiografica. “Tutto a posto Antò...ieri ho fatto una cosa fantastica. Ho distrutto uno stegosauro a colpi di coda, tsch, e poi ancora di coda, tsch, e poi di denti e l'ho morso ma non l'ho mangiato, perché la sua carne da erbivoro mi faceva schifo!” Antonio non aveva capito un cavolo, ovviamente, ma io non persi tempo e, prima ancora di entrare a scuola, tirai fuori il mio T-Rex e glielo feci vedere. Lui rimase colpito per un po': dalle fauci veniva fuori una violenza unica, inaudita, incontrollabile. “Ma...”, disse, “io preferisco i robot”. I ROBOT??? Come si fa a paragonare la bellezza naturale di un dinosauro, la monumentalità delle sue ossa, il sangue che stilla dalle fauci e dagli artigli con quell'ammasso di ferraglia freddo e calcolatore, senza un cuore, senza un ANIMA! Antonio tirò fuori il suo Voltron e me lo mostrò. Era un robottone composto da altri robot più piccoli, che si incastravano a formare un'entità unica e indissolubile, violenta, a forma di leone. Un felino. Un mammifero. Acerrimo nemico dei rettili. “Il tuo robot fa schifo Antò, ma come ti viene in mente di paragonarlo al mio dinosauro? Fa SCHIFO!” Antonio cominciò a lacrimare: era sempre stato una femminuccia, e ovviamente si mise a piangere. Lo disprezzai. Oh, come lo disprezzai. Io non avevo mai pianto a scuola. Nonostante le avessi prese da Mirko, e da Marco, e da Giacomo, e pure da qualche ragazza non avevo mai pianto. Non di fronte a tutti, almeno. Mentre questo bastardo senza vergogna, invece di incassare l'insulto e sfidare il mio dinosauro a un duello mortale con il suo robottone si metteva a piangere, rendendo vana ogni pretesa di scontro. Nessuno vuole combattere contro una femminuccia: non c'è gloria nella vittoria e c'è il doppio della vergogna in caso di sconfitta. Suonò la campanella dal mattino e dovemmo entrare.

La maestra era già in classe ad aspettare. Dio, come la amavo! Fra tutte le maestre che ho avuto, megere bavose e frustrate, vecchie bastarde incazzate e piene di tabacco fino al midollo, lei era l'eccezione. Lei era....lei. Leggera, leggiadra, felice fin da prima mattina, cinguettava i nostri nomi in modo così dolce, persino sensuale ma mai volgare. Il suo rossetto leggero ma sempre presente, i capelli ricci, i boccoli castani...e il modo flessuoso in cui si sporgeva dalla cattedra quando faceva l'appello, sollevando leggermente il tallone. Incredibile. Tutti l'amavamo, e tutti avremmo voluto uccidere il suo ragazzo. Aveva un ragazzo, nemmeno un marito, tanto era giovane! Non come quelle carni morte delle sue colleghe! Lei era viva! Andava in giro la sera, beveva birra con gli amici, tornava a casa con il suo fidanzato! Quel bastardo! Ma la mattina, ogni mattina era lì per noi, solo per noi. Ogni mattina era lì per me! “Buongiorno signorina Capocefalo!” - “Buongiorno ragazzi!” - “Maestra...ho una cosa da farvi vedere”.. “Fammi vedere, Giovanni” Giovanni! Era il mio nome! Come suonava bene pronunciato dalle sue labbra! Tirai fuori il mio dinosauro dallo zainetto. Improvvisamente capii quante donne avrei potuto avere solo mostrando loro la potenza del T-Rex. Mi avvicinai. Il suo odore mi avvolse e mi stregò. Avrebbe potuto comandarmi di pulire tutti i cessi della scuola con un quadratino di carta igienica: l'avrei fatto sorridendo e senza lavarmi le mani dopo. “E' un Tylannosaurus Lex!” - “Tyrannosaurus Rex, vuoi dire...” Lo sapevo! Perché l'avevo pronunciato male? So benissimo che si dice Tyrannosaurus Rex, e so anche che si dice Pachicephalosaurus, Pterodactylus, Triceratopos! “Si, scusate...Ty-la....rannosaurus!” - “Perfetto...ma sei bravissimo!” Io! Io ero bravissimo! Ora ero anche felice di essermi sbagliato, mi ero guadagnato un bravissimo! Insomma, alla fine le abbracciai una gamba e mi decisi finalmente lasciarla in pace. Era il momento di far capire ai miei compagni chi comandava. Presi il T-Rex, gli carezzai la schiena come si fa con un cagnone da combattimento, gli affilai i denti con alcuni pastelli colorati e lo presentai ai miei amici.

venerdì 3 dicembre 2010

Dinozauri! - 2

 Fu allora che iniziò la lotta: il T-Rex si avventò contro quel bastardo impertinente, le fauci spalancate, la bocca pronta a strappare carne, gli artigli proiettati verso i punti vitali. Ma il vigliacco era più forte di quel che sembrava, e dava sventagliate con la coda appuntita e pesante, cercando di ferire il T-Rex sotto la pancia con i suoi aculei dorsali. Colpì il carnivoro alla testa, stordendolo. Fu un duro colpo. Ma un tirannosauro è pur sempre un tirannosauro, e io non credo che fosse così stupido come dicono i paleontologi. Almeno, il mio non era così stupido. Era sveglio, oh se e era sveglio. E decise che, nonostante fosse in svantaggio, avrebbe sconfitto l'erbivoro usando le sue stesse armi. 
Simulò una ritirata, una provvisoria ritirata. Lo stegosauro credette per un secondo di di aver avuto ragione del re, e ovviamente non si aspettava la sua prossima mossa. Il T-Rex gli sventagliò la faccia con la sua coda liscia e affilata, una frustata che il rivale non si aspettava e che lo lasciò stordito. Tsch. Pensai a mio fratello e alla sferzate che periodicamente infliggevo alla sua schiena con la medesima coda. Infine, il tirannosauro si abbatté con tutta la sua forza sullo stegosauro, mordendolo sul collo e stroncando l'animale sul colpo. Il sangue della bestia intorbidò il torrente da cui stavano entrambi bevendo. Il T-Rex si avvicinò all'acqua e ne assaggiò il sapore al sangue, più saporito della carne stessa. Aveva vinto. Avevo vinto.
Era stato fantastico. Decisi che dovevo averne di più. Volevo più dinosauri, volevo più scontri, e la prossima volta volevo combattere contro più persone, contro più bambini e distruggerli, perché tanto nessuno poteva avere un animale più forte del mio.

Il giorno dopo andai all'asilo. Non avevo dormito per niente, ero nervoso e stanco, ancora eccitato per il grande scontro che si era combattuto sul tappeto del soggiorno, lordato delle interiora luride dell'erbivoro. Chissà cosa avrebbe pensato mamma quando avesse visto tutto quel sangue in giro. Ma tant'è, il bastardo se l'era meritata. Avevo in bocca il sapore amaro dell'orzo: bambino sfigato, non potevo bere latte, che mi provocava ore di scagazzamenti. Quindi bevevo orzo con acqua, il cui sapore depressivo mi restava in bocca per ore. Le nubi che chiudevano il sole dietro la loro gabbia autunnale, le porte della scuola che si aprivano tutti i santi giorni, le maestre che rompevano le palle per i miei giochi violenti: tutto questo era il mio mondo, che io dovevo combattere e che combattevo quotidianamente, aiutandomi con le armi che portavo da casa. Tuttavia quella mattina, invece di portare con me i soliti mitra gommosi (e pistole di plastica, pistole a piumini, pistole che facevano il botto, fucili a freccette con ventosa, arco e frecce con ventosa, bombe a mano di plastica eccetera eccetera) che sempre mi accompagnavano nelle ore di gioco (siamo seri, le costruzioni interessano solo ai futuri ingegneri e la plastilina è roba da femminucce) portai con me il tirannosauro. Volevo farlo vedere alla gente, mostrarlo alla maestra e frustarla con la coda gommosa, tsch, farle vedere chi era il capo come facevo con mio fratello. Tsch. E poi, volevo frustacchiare la bambina dai capelli rossi. Se lo meritava perché se la faceva sempre con i bulletti, perpetuando lo stereotipo delle ragazze che amano i bastardi. Se le avessi fatto male con il mio dinosauro, forse avrebbe capito che ero un bastardo, e mi avrebbe amato. Forse no. Nel frattempo però si sarebbe beccata una bella codata.

giovedì 2 dicembre 2010

Dinozauri! - 1

 Tutta sta storia dell'archeologia, in realtà, è cominciata per colpa dei dinosauri. Banalmente, aggiungerei, ma è vero. Grandi, grossi, con le placche sulla schiena, con gli artigli e le bocche spalancate, di mille colori brillanti e viscidi, o anche ruvidi, nell'acqua, nell'aria, rettili giganti che volano, che nuotano, che azzannano e cantano con i loro colli lunghi, le loro ali pesanti, le loro ossa ciclopiche da bestiario medievale, le immense orbite cave, i denti affilati e duri.
Triceratopos, Stegasaurus, Pterodactylus: nomi potenti, adatti allo status di dominatori selvaggi di tutti i continenti, di tutte le nazioni, della loro grande nazione: Dinotopia, il mondo perduto, il regno del sangue e della crudele catena alimentare: gli erbivori mangiano l'erba, i carnivori gli erbivori, i vermi gli erbivori morti.
E poi: Tyrannosaurus, il rex, e il Diplodocus, il più lungo, e il Brachiosaurus, il più alto. Elasmosaurus, dal lungo collo e dalle pinne, viveva in acqua ed era carnivoro.
Un giorno mio padre mi comprò un pupazzo gommoso di Tirannosauro. Era una cosa che non avevo mai visto prima: una bestiaccia rettiliforme con la bocca aperta, che mostrava strani denti umanoidi, anch'essi gommosi, e una linguona che avrebbe potuto leccare in un colpo solo il più grosso dei maxi gelati. E poi aveva una coda fantastica, gommosa ma rigida, che sferzava dolorosi colpi a destra e a manca, che io usavo senza pietà sulla schiena di mio fratello: prendi questo, tsch, e questo, tsch, e questo tsch tsch tsch e lui andava da mamma e piangeva, ma a me non me ne fregava niente perché io avevo un tirannosauro tutto per me, una bestia immonda dalla bocca spalancata e dalla coda frustante che obbediva ai miei comandi: io ero il tirannosauro, il re dei dinosauri, amato e temuto da tutti gli erbivori e dai più pericolosi carnivori, perfino.
Decisi però che un re senza sudditi non era nessuno. Cominciai a capire che il mio T-Rex non era tutto: c'erano anche altri mostri come quello, altri dinosauri. Non era l'unico, faceva parte di un gruppo, di un clan, di una grande famiglia mostruosa. Avevo bisogno di nuovi dinosauri, non potevo lasciare il mio re senza un popolo su cui spadroneggiare. E allora: mi misi a battere i negozi di giocattoli alla ricerca di animali simili. Volevo creare un mio zoo, volevo dare una forma al mio regno che per il momento era vuoto, con il T-Rex al centro a sbraitare contro il nulla, in cerca di creature da fare a pezzi e da ingoiare in un sol boccone. Non posso dire che abbia trovato pane per i miei denti...non posso dire di aver trovato qualcosa di simile. Non esisteva nulla di tanto spaventoso e verde come il mio tirannosauro. Però ne trovai altri, anche carini. Uno di questi aveva delle grosse placche ossee sul dorso e degli aculei sulla coda. Un drago ciccione e pericoloso: si chiamava Stegosaurus. Un degno avversario del mio T-Rex, se si considera che era pure erbivoro. Un erbivoro arrogante, a quanto pare, e ben difeso. Portai mio padre al negozio di giocattoli e lo costrinsi a comprami un pupazzo di stegosauro. Era giallo, con i denti sporchi di sangue nonostante non fosse un carnivoro. Questo lo faceva apparire come un erbivoro scorretto: un bastardo che, non trovando abbastanza verdure da mangiare, ricorreva a mezzucci ammazzando animaletti di taglia più piccola, poveri bastardi indifesi. Sono buoni tutti a fare i gradassi con i più piccoli, e questo arrogante erbivoro non faceva eccezione. Doveva essere punito. La sera che comprai lo stegosauro tornai a casa e mi misi a preparare il campo di battaglia. Sul tappeto scuro del soggiorno i due grossi animali risaltavano nei loro sfolgoranti colori: verde sulla pancia e nero sul dorso il tirannosauro, giallo su tutto il corpo lo stegosauro, si fronteggiavano aspettando che dessi inizio alla battaglia. All'uopo avevo rimosso tutto quello che poteva essermi d'intralcio: soldatini, carrarmatini, bombe a mano di plastica, residui di una battaglia pomeridiana con i cugini. Ovviamente, gli avevo rotto il culo. Ora dovevo far vincere il mio T-Rex contro questo bastardo giallo, e sapevo che sarebbe stata dura. Lo stegosauro cominciò a muoversi in modo lento, eppure supponente. Si avvicinò alla pozza d'acqua dove il mio T-Rex stava bevendo, placido: non aveva fame, non voleva dare fastidio a nessuno. Voleva solo dissetarsi dopo aver straziato rapidamente il corpo di un Gallimimus, un dinosauro veloce ma debole. Lo stegosauro, invece...era lì per provocare. Aveva sentito in giro che il T-Rex era il dionosauro più forte, e forse aveva voglia di sfidarlo, o forse aveva solo voglia di vedere se era così forte come credeva. Però non si decideva a fare una mossa precisamente ostile, come tutti i vigliacchi. Stava lì, beveva un po' d'acqua, agitava la coda con i pericolosi aculei proprio vicino alla muso del tirannosauro, sempre più vicino, sempre più velocemente. Il T-Rex però era calmo. Non voleva combattere, era stanco e non sentiva affatto la competizione di uno stupido erbivoro. Ma quell'imbecille si atteggiava, muoveva al vento le placche pesanti, tutta la cresta, ne faceva apprezzare la durezza, la solidità. Il T-Rex era calmo, non gli interessava il combattimento. Lui voleva solo la sua acqua, tutto qua, e starsene in pace per un po'. Poi, lo stegosauro cominciò a rompergli le palle per davvero; si avvicinò, si mise a bere l'acqua a un metro da lui, intorbidandogliela, insozzandogliela con il sangue che aveva in bocca, il sangue di qualche animale indifeso. Poi si girò e sfiorò per l'ennesima volta la faccia del tirannosauro con la coda, facendogli un piccolo graffio sul collo, il suo poderoso collo da rettile. Fu allora che iniziò la lotta:

mercoledì 1 dicembre 2010

e insomma, che lo sfacelo cominci.

Odio i blog. Ma soprattutto odio i blogger. Innamorati di sé stessi, spesso ignoranti, spessissimo arroganti: una descrizione in cui mi rispecchio perfettamente. Perché aprire un blog, e soprattutto perché non aprire invece un blogger ed esporre le sue interiora al pubblico ludibrio? Per quanto mi riguarda la risposta è semplice: sono anche io un cazzone innamorato di sé stesso, un egomaniaco che usa le sue letture e citazioni per far vedere ai suoi amichetti che in realtà è uno forte, anche se a scuola le ha sempre prese, anche se a calcio ha fatto sempre schifo, anche se se l'è sempre fatta sotto quando si trattava di menare le mani per davvero ecc.ecc. E' a questo che serve la cultura: ad arrivare dove non si riesce con la natura. Cioè alla fica. Diventando un intellettualoide, uno pseudonerd o qualcosa del genere, non si fa altro che prendere la strada più lunga, tuttavia per andare dalla stessa parte: là in mezzo.

Ora veniamo al titolo del blog. Non c'è pretesa di serietà in quello che scrivo come non c'è pretesa di serietà nelle pippe. Parliamoci chiaro: chi mai prenderebbe sul serio le pippe? E invece, ahimé, sono serissime: la masturbazione, l'autoerotismo sono il primo passo verso quello che verrà dopo, e cioé più autoerotismo o autoerotismo più complesso o autoerotismo di coppia ecc.ecc. Una grossa, lunga variazione sul tema. Che comunque ci farà bruciare la cappella, alla fine.

Ho deciso di voler aprire questo blog non solo perché sono innamorato di me stesso, ma anche perché voglio costringermi a scrivere. E so che rispondere ai vostri insulti, alle vostre considerazioni, ai vostri suggerimenti - se sarete così gentili da darmene - mi costringerà dietro la tastiera e mi costringerà a fare pratica, ad esercitarmi e a darmi una disciplina nello scrivere, che è la cosa di cui più ho bisogno. Disciplina. E pomata per il pisello.

Inoltre, metterò sul blog i miei racconti, in modo che chiunque voglia potrà stamparli e usarli come costosa ma goduriosa carta igienica. Non metterò racconti già completi: li scriverò mano a mano e voi li vedrete nascere. Vedrete la parte che nessuno scrittore permette mai ai suoi lettori di vedere: quella della bozze, quella degli errori, quella delle banalità. E' una goduria voyeuristica, no?