Dunque, analizzai le possibili vie di fuga. 1. Porta. Impossibile uscire: era chiusa a chiave. Avrei potuto sfondarla, probabilmente; avremmo potuto sfondarla se vi ci fossimo avventati contro tutti insieme. Ma non sarebbe comunque stato facile. Inoltre, avremmo fatto un casino tremendo, la maestra si sarebbe incazzata come una iena e ci avrebbe somministrato qualche altra, peggiore punizione. 2. Finestra. Sopra i lavandini, dentro i quali non pisciavamo solo perché eravamo troppo bassi, c'erano delle finestre lunghe e strette che si aprivano dal basso, azionate da una lunga asta. Erano ad un'altezza siderale per noi nanetti dell'asilo. E allora...e allora non c'era speranza. Non c'era modo di andare a recuperare il T-Rex prima che qualche bastardo di terza elementare lo mettesse nella sua collezione e gli facesse fare strage di soldatini.
Odiavo Antonio: era tutta colpa sua. Se si fosse sottomesso, se avesse accettato la superiorità del mio animale preistorico sul suo robottone, se fosse entrato nella mia fazione gettando quel maledetto robot nella munnezza non saremmo stati in questo casino. “Tu e il tuo robottone” - mormorai a bassa voce, per la paura di prenderle. Ma ero nervoso...e Andrea continuava a piangere. Allora mi avvicinai a lui e gli mollai un cazzotto nella pancia, come avevo visto fare nei film americani che mio padre mi somministrava quasi ogni sera. Il bambino mi guardò incredulo, shockato dalla violenza inusitata e inaspettata. Era la prima volta che riceveva un cazzotto, ovviamente. Ed era la prima volta che io ne davo uno. Quella sensazione...quel sapore della sopraffazione. Mi avrebbe conquistato. Era stato stupendo: lui piangeva, frignava. E io ero incazzato e volevo prendermela con qualcuno; tuttavia non potevo picchiare Antonio: lui non era un debole. Mi avrebbe sicuramente messo a terra. Ma Andrea....sapevo di non correre nessun rischio con lui. L'effetto immediato fu che il bambino smise di piangere perché era chiuso nel bagno e, dopo un minuto di pausa in cui si manteneva le budella come se l'avessi trapassato con un gladio, ricominciò con maggior vigore e per un'altra, più realistica ragione. Pensai a mia madre, che mi minacciava di darmi un motivo serio per piangere quando frignavo per cose stupide distruggendo le palle di tutti. La cosa più bella però fu che in questo modo gli altri bambini, anche Antonio cominciarono a temermi. Antonio, che io non avevo avuto il coraggio di colpire, ora aveva paura di me. Perché sapeva che, se avessi voluto (se avessi potuto, in realtà) l'avrei colpito come avevo fatto con Andrea. Colpirne uno per educarne quattro. Tuttavia il problema non era risolto: eravamo ancora bloccati dentro al cesso e il mio T-Rex era ancora in pericolo. Decisi: “Allora ragazzi, mi sembra chiaro che non possiamo continuare a stare qui dentro. Dobbiamo uscire. Ma non dobbiamo farci beccare sennò la maestra ci metterà di nuovo in punizione”. Con il mio gesto avevo alzato la tensione, avevo alzato il livello dello scontro. Ora tutti avevano premura di uscire, tutti non vedevano l'ora di allontanarsi da quel pazzo che menava cazzotti senza ragione a chi stava già piangendo. “Idee?” Silenzio di tomba. Maledetti bambini lobotomizzati dal Nintendo: totalmente senza cervello. Tuttavia, nel bagno dei maschietti non regnava proprio il silenzio. C'era un sommesso gemito, a dire la verità. Era appena appena udibile, una sorta di rantolo inarticolato. Basso, e roco. Pensai che un cane stesse tirando le cuoia là dentro, da qualche parte. Mi misi a seguire il rumore. Veniva chiaramente da uno dei minuscoli stanzini che ospitavano i gabinetti. Aprii il primo, niente. Solo la microscopica tazza del cesso e due rotoli di carta igienica appoggiata a terra. Piscio di bambino ovunque. Aprii il secondo: niente. Apri il terzo e ultimo: ancora niente. Che cazzo era? Guardai in fondo alla stanza: sulla parete c'era una specie di porticina che chiudeva un'apertura nel muro in cui si riponevano gli attrezzi per lavare e spazzare la scuola. La porta era socchiusa. Mi avvicinai e tesi l'orecchio....mhrgh, mhrgh, mhrgh...sì, veniva proprio da lì. Un animale in agguato sicuramente si nascondeva dietro la porta. Un qualche dannato mammifero, magari un gatto, animale fra i più odiati da me e da mio cugino. Pelosi, incazzosi, snob. Tutti difetti che i dinosauri non hanno. Aprii la porta di scatto facendo un balzo indietro, aspettando di essere aggredito dal felino o dal topo o da qualunque altra bestiacca fosse lì nascosta.
E invece...incrociai lo sguardo del bidello. Era in piedi, stretto nello spazio angustissimo fra scope e stracci, e mi guardava attraverso i suoi occhiali a culo di bottiglia, spessi e graffiati. Aveva dei begli occhi azzurri: le rughe attorno agli occhi ne frammentavano lo sguardo in mille rivoli secchi e polverosi.
Era nudo. E aveva uno straccio avvolto attorno al pisello. Praticamente, si stava scopando una scopa.
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