Fu Antonio, il più sveglio fra noi, a spronare la compagnia ad andarsene affanculo il più velocemente possibile. E' questo che fanno le prede: scappano. Sono le prede morte che stanno ferme. Antonio mi afferrò per il braccio: era pur sempre il mio migliore amico, anche se non poteva perdonarmi di aver massacrato il suo robottone. Mi strattonò e mi tirò, spingendomi a seguirlo subito, immediatamente a rotta di collo verso il giardino della scuola. Andrea fece un secondo più tardi di noi: non appena realizzò che noi stavamo schizzando via in direzione opposta alla finestra del bagno seminterrato da cui eravamo usciti, si lanciò al nostro inseguimento. Il panzone, con grandissima, disperata agilità si era già infilato nella fessura fra i due vetri orizzontali della finestra e ormai poggiava con un piede a terra. Il lardo scavallava a destra e a sinistra del pannello inferiore, ma questo non lo rallentò di un secondo. Si proiettò all'esterno in modo pesante ma deciso, un fottuto treno in corsa. La forza, oltre all'esperienza: ecco il secondo dono più bello che ti fa la vita. E sono proprio le due cose che distinguono un uomo da un bambino. E un dinosaurino da un vero T-Rex.
Mentre fuggivamo a perdifiato verso il giardino della scuola pensai al mio tirannosauro: forse giaceva ancora lì nell'erba, proprio nella lingua di giardino in cui mi stavo andando a nascondere. Sapevo che se avessi raggiunto il giardino ce l'avrei fatta: mi avrebbe difeso fino alla morte. Ma ora dovevo essere io a correre, dovevo essere io più veloce di un Velociraptor. Dovevo essere io un Velociraptor e arrivare alla selva oscura, nascondermi in quella schifezza di giardinetto in cui il T-Rex avrebbe potuto tendere un agguato al bastardo in grembiule blu. Con due pesanti spinte delle grosse cosce il bidello raggiunse Andrea. Lo afferrò per la testa e gli mise una mano sulla bocca, esattamente come aveva fatto con Mimmo. Non poteva stare lì a lungo, nel cortile: chiunque avrebbe potuto vederlo. Puntò anche lui verso il giardino, dopo aver preso il bimbo in braccio sempre tenendogli la mano schiacciata sulla bocca. Anche da quella distanza potevamo vedere le sue lacrime bagnare la mano viscida e forte di Don Anto': sapeva come sarebbe finita.
Finalmente io e Antonio raggiungemmo il giardinetto: si trattava di un luogo piccolo, ma incredibilmente selvaggio. Anni di incuria avevano causato la crescita casuale e insensata delle piante: la frequentazione dei tossici del quartiere gli aveva dato quel tocco da campo minato che caratterizzava di giardinetti pubblici anni '80 – '90. Siringhe. Ovunque. Sangue rappreso, aghi nascosti fra gli aghi di pino, scatolette celesti di acqua distillata, accendini. Ogni tipo di schifezza albergava in quei pochi metri quadri di verde. Quando qualche pallone andava a finire là in mezzo non c'era nessuno che si sognasse mai di andarlo a prendere, tanta era la paura dell'AIDS. Questa strana sigla, pronunciata dalle mamme nei modi più assurdi (aiz, a-i-di-esse-, la 'malatìa' e una volta addirittura ajax) era al centro del terrorismo psicologico che i nostri genitori ci somministravano in materia di droghe fin dalla più tenera età. E a ragion veduta: l'eroina aveva trasformato ogni spazio urbano appartato – o anche non appartato – in un luogo frequentato da tossici, che lasciavano sempre i loro ricordini insanguinati. L'ondata di coca della fine dei '90 avrebbe posto quasi fine all'uso di quella droga infame: i ragazzi avrebbero preferito sfondarsi le narici di polvere piuttosto che iniettarsi orgasmi liquidi nelle vene. Ma a quel tempo, droga era sinonimo di eroina, ed eroina era sinonimo di siringhe infette.
Non appena varcammo la soglia del giardinetto ne vedemmo a centinaia; non volevo stare in quel posto, faceva schifo, era pericoloso. Mia madre mi aveva detto mille volte di non calpestare MAI le aiuole, e non certo perché fosse amante della natura. Erano dappertutto: alcune ancora con gli aghi, altre senza; fra la terra coperta di rifiuti potevi vedere aghi che sbrilluccicavano palesando la loro triste, pericolosa esistenza.
Mi girai un secondo. Il bidello correva verso di noi: la mano, ancora rossa del sangue di Mimmo, era ora intrisa della saliva di Andrea, che appariva invece rassegnato: si faceva trasportare come un cadavere, come se stesse facendo le prove generali dell'eterno riposo. Il laido maiale mi guardò e capii che il prossimo sarei stato io. Restai fermo: decisi che tutto sommato potevo anche morire a sei anni: avevo avuto tutto quello che avevo desiderato dalla vita. Gelati, cioccolata, annusare la benzina super quando mio padre metteva carburante al self. E un Tirannosauro di gomma. un bellissimo Tirannosauro.