Il vecchio porco si avvolse la carta igienica attorno al pisellino ormai rattrappito, dopodiché si sistemò una di fascia della stessa carta attorno alla vita, una specie di adamitica foglia di fico che gli avvolgeva i fianchi abbondanti e strabordanti. Fatto ciò uscì dal suo angusto rifugio e si infilò in una delle cabine con i gabinetti. Lo vedemmo arrampicarsi sul water, perdendo nella mossa anche il misero perizoma cartaceo. Il suo culo peloso si palesò all'altezza dei nostri nasini sbalorditi e disgustati. Saremmo diventati così? Era quello che sarei diventato a trenta, quaranta, cinquanta anni? Piegato dal vizio, la voce corrotta dal fumo, il fegato ingrossato, la pancia strabordante, il ventre prominente e molle, la libido sfrenata e malata, l'aspetto imbolsito, vizioso, il temperamento reso debole e sensuale dall'abuso di sostanze e di me stesso?
Pensai che mi sarebbe piaciuto morire allora, lì dentro, accasciandomi sul microcesso che stava nel microbagno dei microuomini dell'asilo. Morire così, perfetto nella mia fanciullezza, selvaggio e senza compromessi. Biondo. E riccioluto.
Il vecchio tirò fuori dalla cassetta dello scarico i suoi vestiti, sigillati all'interno di una busta. Realizzai quanto quell'uomo non avesse un cazzo da fare per tutta la giornata: spogliarsi, mettere i vestiti in una busta, mettere la busta nello scarico e poi chiudersi in un ripostiglio non è cosa che si fa in un minuto. E capii anche perché rompeva tanto le palle a noi bambini quando volevamo andare in bagno in orari diversi da quelli stabiliti da lui, che erano estremamente ristretti. Il gabinetto gli serviva, e certo non per mingere o defecare immacolati stronzetti da bambino. Ecco dove si rintanava il vecchio porco tutte le volte che le maestre lo chiamavano perché qualche bimbo aveva vomitato, o aveva pisciato per terra, o aveva versato la cocacola sul pavimento rendendolo azzeccoso. Mi ricordai di quella volta che Nando, il figlio del meccanico, se l'era fatta sotto in classe. Non era certo la prima volta: lo faceva praticamente sempre, e non era più ormai nemmeno un'umiliazione per lui. Tuttavia lo fu per la maestra, la mia amata maestra, quando non trovando il bidello dovette farsi dare scopa e straccio e fare lei il lavoro di quel depravato. Probabilmente, lui era nel bagno dei bimbi chiuso nel ripostiglio a scopare una scopa.
In un attimo il vecchio si era vestito e aveva indossato anche gli indumenti da lavoro. Si rivolse a noi con quel suo fare arrogante, come quando chiese alla maestra che aveva appena finito di asciugare la pipì di Nando se pure a casa sua pulisse così male.
“Allora ragazzi...adesso dobbiamo uscire da qua. Ma siamo chiusi dentro, giusto?” - “Giusto” - “Bene”. Il suo briefing del cazzo era finito. Rimase fermo a pensare. “Non possiamo uscire dalla porta; io non ho la chiave ma anche se ce l'avessi...” ovviamente non voleva farsi vedere uscire dal bagno, il bastardo. Sapeva che avremmo sicuramente detto qualcosa per discolparci della fuga. Lanciò uno sguardo alla finestra: era troppo alta per noi, ma non troppo alta per lui. Era troppo stretta per lui, ma si sa che il grasso non è un problema, quando si deve salvare la pelle e la faccia. “Ragazzi! Possiamo uscire dalla finestra!”. Intervenne Antonio: “E che cosa succede dopo? Se la maestra scopre che siamo andati via...poi si arrabbierà. E dove andremo poi? Io voglio TORNARE IN CLASSE!” - “Shhhh....sshhh....non urlare cristo! RAGAZZI! SIETE IN PUNIZIONE, NO? E QUA LA MAESTRA NON C'E', QUINDI DOVETE FARE QUELLO CHE VI DICO IO!”. Ok, ok, ci mise ancora paura urlando con la sua gola intossicata dal fumo. Avevamo sei anni, no?
In un attimo, Andrea era sulle spalle del bidello. La finestra era del tipo orizzontale a due pannelli: in pratica bisognava infilarsi nell'apertura orizzontale fra i due pannelli di vetro trasparenti, e non era affatto semplice. Andrea mise un piede sul davanzale e agilmente passò attraverso lo spazio vuoto, uscendo subito dall'altra parte. Ma non era felice: era lì fermo e aveva paura di tutto: del bidello e della sua voce, della maestra che sicuramente si sarebbe incacchiata nera, di me che l'avevo menato senza motivo e che ogni tanto lo guardavo torvo, solo per assicurarmi che ancora mi temesse.
Il secondo a salire fui io: mi arrampicai sulle spalle del vecchio porco e in un attimo fui fuori, sgusciando nell'intercapedine fra i due pannelli di vetro. Poi toccò a Mimmo. Iniziò a frignare: disse che no, non ne voleva sapere di salire là sopra. Non capiva che cosa stesse succedendo: non capiva perché il suo pupazzetto di He-Man si era sfracellato contro la lavagna, non capiva perché la maestra lo aveva chiuso nel gabinetto, non capiva perché io avevo menato Andrea e soprattutto non capiva che cazzo ci faceva il bidello nudo nel ripostiglio del cesso con uno straccio attorno al pisello.
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