Il mio compagno di banco mi aspettava seduto sulle scale della scuola. Non era proprio il mio compagno di banco, in quanto non stavamo mai realmente seduti per più di dieci minuti. Diciamo che ci eravamo scelti: eravamo i migliori amici, quelli che si alleavano contro gli altri, quelli che lottavano insieme contro lo strapotere e la tirannide del corpo docente. Antonio. Come me allergico al latte, condivideva con me l'urgenza di andare in bagno all'improvviso, quando il suo intestino si ribellava a tutte le tossine che non avevamo potuto fare a meno di immettere nel nostro organismo. Ok, si può fare a meno di bere latte, ma non si può fare a meno di mangiare cioccolata e gelato. La vita fa schifo senza gelato e cioccolata. E noi ne avevamo disperatamente bisogno. Come me, non era particolarmente apprezzato dalle ragazzine. Troie. Ma noi sapevamo perché: non eravamo stronzi abbastanza. E questo era tutto. Perché sapevamo entrambi di essere incredibilmente belli. Altrimenti, perché le nostre mamme avrebbero dovuto continuare a ripetercelo?
Dunque, eravamo belli, quello che ci mancava era il potere. E grazie ai dinosauri ce lo saremmo preso. “Ciao Antò...come stai?” - “Ciao Giovà”. Sì, esatto. Questa storia è schifosamente autobiografica. Ma anche non è schifosamente autobiografica. “Tutto a posto Antò...ieri ho fatto una cosa fantastica. Ho distrutto uno stegosauro a colpi di coda, tsch, e poi ancora di coda, tsch, e poi di denti e l'ho morso ma non l'ho mangiato, perché la sua carne da erbivoro mi faceva schifo!” Antonio non aveva capito un cavolo, ovviamente, ma io non persi tempo e, prima ancora di entrare a scuola, tirai fuori il mio T-Rex e glielo feci vedere. Lui rimase colpito per un po': dalle fauci veniva fuori una violenza unica, inaudita, incontrollabile. “Ma...”, disse, “io preferisco i robot”. I ROBOT??? Come si fa a paragonare la bellezza naturale di un dinosauro, la monumentalità delle sue ossa, il sangue che stilla dalle fauci e dagli artigli con quell'ammasso di ferraglia freddo e calcolatore, senza un cuore, senza un ANIMA! Antonio tirò fuori il suo Voltron e me lo mostrò. Era un robottone composto da altri robot più piccoli, che si incastravano a formare un'entità unica e indissolubile, violenta, a forma di leone. Un felino. Un mammifero. Acerrimo nemico dei rettili. “Il tuo robot fa schifo Antò, ma come ti viene in mente di paragonarlo al mio dinosauro? Fa SCHIFO!” Antonio cominciò a lacrimare: era sempre stato una femminuccia, e ovviamente si mise a piangere. Lo disprezzai. Oh, come lo disprezzai. Io non avevo mai pianto a scuola. Nonostante le avessi prese da Mirko, e da Marco, e da Giacomo, e pure da qualche ragazza non avevo mai pianto. Non di fronte a tutti, almeno. Mentre questo bastardo senza vergogna, invece di incassare l'insulto e sfidare il mio dinosauro a un duello mortale con il suo robottone si metteva a piangere, rendendo vana ogni pretesa di scontro. Nessuno vuole combattere contro una femminuccia: non c'è gloria nella vittoria e c'è il doppio della vergogna in caso di sconfitta. Suonò la campanella dal mattino e dovemmo entrare.
La maestra era già in classe ad aspettare. Dio, come la amavo! Fra tutte le maestre che ho avuto, megere bavose e frustrate, vecchie bastarde incazzate e piene di tabacco fino al midollo, lei era l'eccezione. Lei era....lei. Leggera, leggiadra, felice fin da prima mattina, cinguettava i nostri nomi in modo così dolce, persino sensuale ma mai volgare. Il suo rossetto leggero ma sempre presente, i capelli ricci, i boccoli castani...e il modo flessuoso in cui si sporgeva dalla cattedra quando faceva l'appello, sollevando leggermente il tallone. Incredibile. Tutti l'amavamo, e tutti avremmo voluto uccidere il suo ragazzo. Aveva un ragazzo, nemmeno un marito, tanto era giovane! Non come quelle carni morte delle sue colleghe! Lei era viva! Andava in giro la sera, beveva birra con gli amici, tornava a casa con il suo fidanzato! Quel bastardo! Ma la mattina, ogni mattina era lì per noi, solo per noi. Ogni mattina era lì per me! “Buongiorno signorina Capocefalo!” - “Buongiorno ragazzi!” - “Maestra...ho una cosa da farvi vedere”.. “Fammi vedere, Giovanni” Giovanni! Era il mio nome! Come suonava bene pronunciato dalle sue labbra! Tirai fuori il mio dinosauro dallo zainetto. Improvvisamente capii quante donne avrei potuto avere solo mostrando loro la potenza del T-Rex. Mi avvicinai. Il suo odore mi avvolse e mi stregò. Avrebbe potuto comandarmi di pulire tutti i cessi della scuola con un quadratino di carta igienica: l'avrei fatto sorridendo e senza lavarmi le mani dopo. “E' un Tylannosaurus Lex!” - “Tyrannosaurus Rex, vuoi dire...” Lo sapevo! Perché l'avevo pronunciato male? So benissimo che si dice Tyrannosaurus Rex, e so anche che si dice Pachicephalosaurus, Pterodactylus, Triceratopos! “Si, scusate...Ty-la....rannosaurus!” - “Perfetto...ma sei bravissimo!” Io! Io ero bravissimo! Ora ero anche felice di essermi sbagliato, mi ero guadagnato un bravissimo! Insomma, alla fine le abbracciai una gamba e mi decisi finalmente lasciarla in pace. Era il momento di far capire ai miei compagni chi comandava. Presi il T-Rex, gli carezzai la schiena come si fa con un cagnone da combattimento, gli affilai i denti con alcuni pastelli colorati e lo presentai ai miei amici.
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