e insomma, che lo sfacelo cominci!

Odio i blog. Ma soprattutto odio i blogger. Innamorati di sé stessi, a volte cool a volte loser, spesso ignoranti, spessissimo arroganti. Una descrizione in cui mi rispecchio perfettamente. Perché aprire un blog, e soprattutto perché non aprire invece un blogger ed esporre le sue interiora al pubblico ludibrio? Per quanto mi riguarda la risposta è semplice: sono anche io un cazzone innamorato di sé stesso, un egomaniaco che usa le sue letture e citazioni per far vedere ai suoi amichetti che in realtà è uno forte, anche se a scuola le ha sempre prese, anche se a calcio ha fatto sempre schifo, anche se se l'è sempre fatta sotto quando si trattava di menare le mani per davvero ecc.ecc. E' a questo che serve la cultura: ad arrivare dove non si riesce con la natura. Cioè alla figa. Diventando un intellettualoide, uno pseudonerd o qualcosa del genere, non si fa altro che prendere la strada più lunga, tuttavia per andare dalla stessa parte. Là in mezzo.

Ora veniamo al titolo del blog. Non c'è pretesa di serietà in quello che scrivo come non c'è pretesa di serietà nelle pippe. Parliamoci chiaro: chi mai prenderebbe sul serio le pippe? E invece, ahimé, sono serissime. Sono la cosa più seria del mondo: gente come Freud ha fondato intere teorie sull'onanismo e su tutto ciò che ruota attorno ad esso, mani incluse. Sesso, sesso, sesso: il pansessualismo di Freud non è altro che il nostro pansessualismo: é il motore della maggior parte delle nostre azioni. La masturbazione, l'autoerotismo è il primo passo verso quello che verrà dopo, e cioé più autoerotismo o autoerotismo più complesso o autoerotismo di coppia ecc.ecc. Una grossa, lunga variazione sul tema. Che comunque ci farà bruciare la cappella, alla fine.

Ho deciso di voler aprire questo blog non solo perché sono innamorato di me stesso, ma anche perché voglio costringermi a scrivere. E so che rispondere ai vostri insulti, alle vostre considerazioni, ai vostri suggerimenti - se sarete così gentili da darmene - mi costringerà dietro la tastiera e mi costringerà a fare pratica, ad esercitarmi e a darmi una disciplina nello scrivere, che è la cosa di cui più ho bisogno. Disciplina. E pomata per il pisello.

Inoltre, metterò sul blog i miei racconti, in modo che chiunque voglia potrà stamparli e usarli come costosa ma goduriosa carta igienica. Non metterò racconti già completi: li scriverò mano a mano e voi li vedrete nascere. Vedrete la parte che nessuno scrittore permette mai ai suoi lettori di vedere: quella della bozze, quella degli errori, quella delle banalità. E' una goduria voyeuristica, no?

venerdì 22 giugno 2012

Delle due forme

Oggi mi sono ricordato di avere un blog. E, per la prima volta, ho voglia di scrivere qualcosa che non sia "fiction" ma semplicemente una riflessione. Insomma, uno di queli pipponi da blogger veri da quattro soldi.
Da anni penso all'emigrazione. Come forma di svago, o come forma di sopravvivenza. Andarsene da questo paese, terra ingrata, sia per piacere sia per dovere. Uscire, cercare fortuna altrove, verso un'America nordeuropea anni luce più avanti di noi, nonostante l'assenza di bidè e pastasciutta.
Ho sempre cercato di non andarmene, forse per pura vigliaccheria, inventandomi scuse per restare. Il cibo, il clima, la mamma. E infatti, apparentemente, non me ne sono andato. Ho fatto solo qualche chilometro, dalla città natale a'a Capitale, comunque collegate da marozzi & Co.
Sono "emigrato" per motivi di studio, trasformando la mia esperienza romana in un'esperienza di vita, ovviamente, che mi ha cambiato molto e mi ha fatto certamente maturare. Ma no nposso dire di essermene andato dall'Italia, in senso geografico.
Eppure, dopo la specializzazione, cosa ho fatto? Mi sono trovato un lavoro. Nell'unico campo che da'sbocco agli archeologi italiani: il turismo. Sono diventato una guida. Una guida esclusivamente in lingua inglese.
In due anni che sono qui, non ho mai fatto un solo tour in italiano. Passo la mia vita a spiegare agli stranieri le bellezze di questo paese del cazzo, vedendo le loro bocche spalancarsi per lo stupore ogni volta che accenno alla Domus Aurea, al Colosso di Nerone, allo stagno privato che esisteva al posto del Colosseo. Cose allucinanti. Una monumentalità che non si può riscontrare in nessun altro luogo del mondo: mai tante risorse umane ed economiche sono state impiegate per rendere una città, o anche solo il "capo" di quella città e del suo impero, grande. Roma è grande, in tutti i sensi. O meglio: era grande. Ora, di grande sono rimaste solo le rovine, a perpetuare la frustrazione sul presente. Guardo tutti sti colossi di duemila anni fa, li spiego agli Americani, agli Indiani, ai Giapponesi. E poi mi chiedo, ma vedo che la stessa domanda affiora anche sulle loro labbra: perché? Perché siamo ridotti così adesso? Come è potuto succedere? Visitare le rovine e poi prendere la metro B alla fermata Colosseo, con i suoi treni sgangherati e sporchi, pieni di graffiti fatti da qualche cazzone in ritardo sulla storia dell'arte di trenta anni e più, è uno shock difficile da superare. Entri nella stazione calandoti dalla piazza del Colosseo, lasciandoti alle spalle l'Anfiteatro con tutti i suoi morti, i suoi giochi, i suoi sfarzi babiloneschi. E non puoi fare a meno di chiederti come cazzo abbiamo fatto a ridurci così, ad essere Disneyland antica: le uniche glorie che ci sono rimaste sono quelle del passato, sepolte vergognosamente dal triste presente.
E poi continuo a riflettere sulla mia condizione di non emigrato. Ma io davvero non sono emigrato? Ragioniamo un attimo. Ho trovato lavoro solo ed esclusivamente perché, oltre ad essere laureato ecc.ecc. in Archeologia conosco l'inglese e posso spiegare alla gente quello che ho studiato senza che vi sia una significativa perdita di dati durante la traduzione. Niente mhhh...ahhh..ehh...no. Io parlo, veloce, e gli spiego che cazzo è la Curia e perché Cesare non è stato ucciso lì, ma è proprio da lì che Marco Antonio ha fatto la sua orazione.
Inoltre, la mia ragazza è anch'essa anglofona: appartiene alla razza mista dei transatlantici e parliamo quasi sempre in inglese: diciamo che è la lingua ufficiale della nostra relazione. E' quasi solo così che ho imparato. Poi, molti dei miei amici sono anglofoni o comunque stranieri, e con loro ovviamente comunico ancora in Inglese.
Allora mi domando: siamo proprio sicuri che non sono emigrato? Sono giunto alla conclusione che esistono due forme di emigrazione: quella geografica e la mia. Quella schizofrenica.

sabato 10 dicembre 2011

Con un botto o con un gemito.

Questa brevissima storia è un esperimento. Devo scrivere un brano lungo al massimo una cartella, e lo devo fare per una competizione dal tema "2012: la fine del mondo?". Il problema è che ho il terribile vizio di essere prolisso, e mi è molto molto difficile scrivere qualcosa di davvero breve. MI piacerebbe conoscere il vostro sincero parere: potete lasciarlo qui sul blog o su facebook. Vi voglio bene.


Con un botto o con un gemito

Infine, la fine è arrivata: con un botto o con un gemito. Non credevo che io sarei arrivato a vederla, ma alla fine è arrivata. La fine del mondo, intendo.
Ho provato tutto l'anno a farla finita, ma ho avuto scarso successo. Stanotte, però, è diverso. Perché stanotte è la fine. La fine dell'anno, intendo. E io odio la fine dell'anno. Quando ero piccolo però mi piaceva un sacco: mangiare con tutti i parenti, spaghetti con le alici, pesce a go go, frittelle, tutto l'immaginabile. E poi lui, l'immancabile capitone. O' capitone. E poi Geppino che a mezzanotte sparava: preparava i botti, andava giù in cortile e scassava tutto, sparava per mezz'ora e più e noi a guardare da sopra al balcone.
A un certo punto, non saprei nemmeno io dire come, tutto questo è finito. Bum, mi sono ritrovato solo, in un posto in cui non conoscevo nessuno. Quando arrivavano le feste la gente tornava a casa, a mangiare e bere con i parenti. Io no. Geppino non c'era più, e nemmeno tutti gli altri: non so neanche io perché. E poi, aveva smesso di essere divertente.
Ma stanotte ho deciso che sarà divertente: ho passato l'intera giornata a cucinare, come faceva mia nonna. Ho comprato roba per mille persone ed ora è tutto pronto: insalata di pesce, spaghetti alle alici, lenticchie con lo zampone e tutto il resto. E poi lui, l'immancabile protagonista di ogni capodanno. 'O capitone.
Ho deciso che mangerò fino a mezzanotte: poi sarà il momento dei fuochi. Ho comprato anche quelli.
Ci sono due modi per andarsene all'altro mondo: con un botto o con un gemito. Ma io non sono capace di decidere, credo che l'abbiate capito. Allora ho semplicemente lasciato il gas aperto, lì in cucina. Sono le 23:30: ho ancora mezz'ora. La pancia mi scoppia… Me ne andrò con un botto o con un gemito, chissà.
L'unica cosa che so è che 'sto capitone era la fine del mondo.



martedì 6 dicembre 2011

Passeggiate Romene - 9

Come ho detto, Trasvetere piace a molti. Piace pure a me. Cazzo se mi piace, e non solo perché ho avuto la fortuna di viverci per un tempo sufficientemente lungo da farmici sentire "a casa". Ho amato tutto di quel rione: il caos, la gente che ti sbatte addoso, gli ubriaconi, i tossici, i turisti infiammati dalla canicola, i topi che schizzano fuori dai tombini e sgattaiolano (ma sarebbe meglio dire "stopano") fra le gambe lattee delle ragazze, fra unghie smaltate e pelle mangiata dagli infradito per poi perdersi nel labirinto dei vicoli. Perché è questo ciò che rende il Rione XIII così facile da amare: il fatto che è facilissimo perdercisi dentro. A Trastevere non esistono strade dritte, con la sola eccezione, forse, di via S. Francesco a Ripa, una sorta di Broadway che taglia il reticolo viscoso e impenetrabile in modo obliquo, creando una lunga prospettiva che va a sbattere contro il Gianicolo o contro la chiesa di S. Francesco, dipende da dove guardate. Non importa quanto senso dell'orientamento abbiate: a Trastevere vi perderete. E se non vi perdete, siete dei cretini. Perché è così che questo rione vi sorprenderà, colpendovi nel pieno del vostro detourment con una cascata di fiori da un balcone, con una gigantesca merda di cavallo, con una casetta del '600 o con una chiesa - una delle mille - che non avevate mai visto anche se ci eravate passati davanti mille volte. E poi: percorrere maldestramente le strette strade luride e poi trovarvi lì, nelle piazze grandi, dominate dai campanili e dalle facciate delle basiliche. L'oro dei papi rifulge nel sole eterno con il solo obiettivo di sopraffarvi, di demolire la vostra incredulità, il vostro essere miscredenti e dubbiosi della divinità. Il Paradiso c'è, e questo è solo un assaggio. Piazza di S. Maria in Trastevere è così: un setting fantastico in cui arrivate senza rendervene conto e da cui non potete più uscire. Paradossalmente, gli slarghi nel labirinto dei vicoli, le piazze luminose e potenti, gli ori portentosi, vi tratterranno e vi imprigioneranno più del labirinto stesso. Ho capito che Trastevere era il mio posto quando - e qui vado sull'autobiografismo spinto - ho passato lì la mia prima notte a seguito di un terribile trasloco effettuato in autobus. Dopo una sveglia all'alba (sono pur sempre un archeologo e qualche volta mi tocca scava'), preda del torpore e della confusione post-onirica, cercavo un bar dove fare colazione. Erano quasi tutti chiusi: troppo presto. Mi dirigo verso il fiume, il confine naturale del rione che, in un certo senso, gli da anche il nome: in piazza Belli ecco il celebre, pleonastico Bar Belli. Entro e prendo un cappuccino etc. Esco ed il sole era lì, bassissimo sull'orizzonte, e davanti a me le foglie secche volavano dagli alberi sul lungotevere verso il fiume, scendevano fendendo l'aria lente, planando nel vento cristallino e gelido, fino a toccare l'acqua che turbinosa le trascinava verso il fondo, verso il mare, verso l'isola Tiberina a due passi. Mi volto un secondo e vedo un tizio che piscia contro la saracinesca del bar mentre, a pochi metri da lui, una coppia molto anziana faceva colazione come me. Il tizio aveva appoggiato la testa contro la serranda e reggeva con una manno il suo pisello e con l'altra una peroni da 66. Un suo amico, anch'esso dotato di Peroni, lo guardava senza alcuna particolare espressione. Erano tutti e due ubriachi fradici, strafatti, puzzolenti e stracchi, eredi di una notte che non volevano far finire nonstante l'alba, che volevano portare avanti fino a mezzogiorno e oltre, fino a che le forze glielo avrebbero consentito, senza vergogna del loro essere ancora in uno stato profondamente notturno nonstante il giorno fosse ormai sopraggiunto e con esso i primi imbecilli a svegliarsi. Non erano solo due ragazzi ubriachi, erano due figure liminali: avevano trapassato la notte da parte a parte, ne avevano visto l'inizio e la fine ed erano ancora vivi e ne volevano ancora, e ora avevano visto l'alba ed erano pronti a seppellire anche quella. Irriducibili festaioli, incuranti del fisico e del sonno. Eroi. Ripresi a camminare verso il ponte: lo scavo, cazzo, sono in ritardo. Mentre un tassista quasi mi uccideva sul lungotevere, urlando e insultando mia madre e tutte le figure femminili della mia famiglia per il mio modo in cui avevo attraversato, pensai. Cazzo, sto posto è fatto proprio per me.

Passeggiate Romene - otto (una volta ogni tanto mi ricordo come si scrive)

L'ascesa del Gianicolo è sempre un evento mistico, per me. Nessun colle mi fa questo effetto. Parto dall'altra parte del fiume: il reticolo di Testaccio, il casino del mercato, la gente che ti sbatte addosso e ti insulta, romani cafoni. Ma anche, romani amati e amanti della loro città: quasi nessuno ama la propria città come loro, anche quando è assediata dai turisti sudati, anche quando puzza di piscio, anche quando è devastata dai teppisti e dagli architetti e dai palazzinari. Roma è sempre Roma, e loro la amano, punto. E questo gli fa onore.
Insomma, ecco via Marmorata e lì, alla mia destra, l'Aventino, il colle maledetto, il colle dei perdenti. Bellissimo, nella luce tenue che si riflette sui mattoni rossi delle chiese che emergono dal verde, assediate dagli alberi e dalla vegetazione. E' davvero un ironia della sorte che l'Aventino, il colle di Remo, dei perdenti, sia ora un posto fantastico mentre il Palatino, il colle di Romolo e dei vincitori, sia un cumulo di macerie collassato sotto il peso stesso della storia, che ne ha devastato la superficie rendendolo un colle di tegole e rovine smosse, una montagna traforata e piena di misteri, di vita sotterranea, di segreti. Il Palatino, il palazzo, è l'incarnazione geografica del potere: come questo è decadente, ma anche eterno, inafferrabile nella sua vera forma, metamorfico eppure di una solidità millenaria. Città e campagna allo stesso tempo, trionfo e rovina.
Dopo il caos testaccino ecco il ponte Sublicio, il più antico di Roma.
E sotto di me, intorno a me, sopra di me lui, il Tevere, nella luce del mattino morente, pieno di foglie gialle che volano dai platani, il sole sparato sull'acqua che ti sbrilluccica negli occhi e laggiù, alla mia sinistra, il gazometro della Garbatella. E il rumore. PPPshhshshshshs.... il rumore dell'acqua che scorre, divina, lurida e schifosamente tossica, lucida come una scheggia di vetro e mobile come l'aria, l'acqua del Tevere scorre fendendo la città, nutrendola e intossicandola allo stesso tempo. Veleno. La storia è un veleno, ecco cos'è. E dopo il ponte, ecco Trastevere, il quartiere preferito di molti. Da um mercato all'altro, dal Testaccio a Porta Portese, il fiume qui è importante come il mare e ha fatto nascere business su entrambe le sponde. Anche a Trastevere, strade strette in un labirinto di angoli ottusi e acuti, mai strade che si intersecano a novanta gradi, e poi piazze che ti si aprono dal lerciume dei vicoli defunti e domcomposti. Barboni, tossici, americani, turisti, studenti, massaie: c'è di tutto. E c'è il sole, sempre, che fa capolino di tra le antenne e le fenditure nel cielo sempre azzurro e caldo, sempre, anche a dicembre.

giovedì 28 aprile 2011

Passeggiate romene - sette (e scusate il ritardo)

"Alcuni imbecilli, alcuni teologi credono che l'inferno esista, ma sia vuoto." - proseguì il cane, parlando di traverso i suoi denti aguzzi e sporchi di spazzatura masticata - "ma sono ciechi? Come fa l'inferno ad essere vuoto? Non vedi quanta gente c'è in giro? E' pienissimo. Qui intorno, è proprio pienissimo. All'inferno di sono già, ed è affollato come la Cappella Sistina un sabato di maggio". Eravamo sempre sospesi sopra il pantheon, in una magica levitazione che ci permetteva di osservare tutto secondo un'altra prospettiva. La gente caduta attraverso l'oculo rantolava e si lamentava sul pavimento doloroso.
Chissà perché l'uomo col cane attirava la mia attenzione più del cane stesso, nonostante l'animale parlante fosse oggettivamente un caso più interessante. La voce del cane era quella di un uomo, niente di più, niente di meno: limpida, forse corrotta da un'ombra di tabacco, ma senza un timbro particolare. "Vedi questa folla brulicante...senza storia. Sciami di persone senza storia in mezzo alla storia. Come sono leggeri, con le loro caviglie dondolanti e bruciacchiate, con il loro ego tronfio di valori. Chi dice che la società moderna non ha valori? E' pienissima, strabordante di valori. Idee ossessive, che condizionano il nostro comportamento. Guarda quell'uomo" - e mi indicò un tizio in maglietta e pantaloncini, nonostante la stagione non fosse esattamente caliente - "sta pensando di uccidere sua madre. Guarda come sono limpidi i suoi pensieri. Guarda come si muove in modo elegante, nella sua divisa da testa di cazzo. La ucciderà fra 47 ore, nella stanza d'albergo in cui entrambi alloggiano, dopo aver portato in camera una prostituta. E che fronte spaziosa che ha! Secondo te quell'uomo non ha valori? Uccidere sua madre è un pensiero che gli si è instillato nel cervello lentamente, ma ha presto messo radici. Dopo qualche anno è diventata l'unica soluzione accettabile. Vive per quel pensiero, lo nutre. Ogni giorno, si mette davanti allo specchio e, pettinandosi, lascia i pensieri filtrargli attraverso i neuroni, fluttuare fra i lobi del suo fresco cervello anglosassone. Accudisce, coccola il suo pensiero di morte giorno dopo giorno. Lo fa crescere. Ogni notte si lascia cullare da quella dolce ossessione. Fra 47 ore sarà un pensiero adulto e porterà ad un'azione perfetta, compiuta, maturata, meditata. Non lo chiami valore questo?
E guarda quell'uomo. Quello li, coglione, quello fermo davanti alla tomba di Raffaello. Piange. Crede che Raffaello sia il più grande pittore mai nato. Ovviamente anche lui è un pittore, e sta pensando di suicidarsi. Ma ci credi? In un'epoca di installazioni luminose e di pisciatoi firmati c'è ancora gente che imbratta vecchie tele! Il suo pensiero, il suo valore è di una banalità sconcertante. Odia Raffaello e allo stesso tempo lo ama: se potesse mettere le mani sulla Trasfigurazione la farebbe a brandelli; piangendo, ma lo farebbe. Fra due mesi il suo pensiero sarà maturo, e si getterà sotto la metro B alla fermata Piramide, morendo sotto gli occhi di zingari, pendolari, studenti, turisti. Non è un pensiero nobile il suo?"
Poi il cane si girò verso di me e disse: "E tu? Qual'è il tuo valore?"

giovedì 14 aprile 2011

Passeggiate romene - sei

La finestra ha le tendine rosse: quando ci butto uno sguardo si muovono appena. Un uomo le scosta con il dito e mi guarda a sua volta: ride, di me.  Se solo sapessi che faccia aveva Stendhal potrei forse riconoscerlo.
Il mio amico, mollando un calcione al suo cane nero, mi fa cenno di proseguire in direzione del Pantheon, camminando lungo via della Minerva. Non appena scorgo la curva della Rotonda, la superficie bombata e circolare de Pantheon, questa ci attrae in un vorticoso Maelstrom di mattoni e marmi, di colonne granitiche e decorazioni in technicolor. Ruotiamo, nuotiamo nel vortice creato dalla mole del colosso romano, il tempio di tutti gli Dèi, anche del mio, anche dell'uomo col cane affianco a me.
In un attimo tutta la processione prende il volo, e io non sono alla testa ma solo in mezzo: con la mia veste, con la mitria e tutto il resto mi alzo in volo trascinato dalla folla rigurgitante pietà e dolore, carità, carità, carità per pietà per favore, e tutti si appressano ai miei piedi attratti dal colore sanguigno dell'abito talare e dal carisma che scaturisce dai miei gesti lenti e calcolati, arcaici, perfetti.
Il vortice sale, sale, sale sempre fino al tetto del tempio ed eccoci tutti in bilico sulla sferica cupola forata, in equilibrio precario sull'oculo attraverso cui vediamo la gente entrare nel Pantheon con noncuranza, facendo chiasso e accalcandosi vicino alla tomba dell'Urbinate, di cui la natura aveva paura e ancor di più lo ebbe la morte. Tutti ci affacciamo dall'oculo verso il basso, ma la gente non sembra notarci: siamo una cupola del Correggio viva e vitale e vorticante
E poi, tutta la folla perde l'equilibio e precipita.
Giù, attraverso l'oculo, la mia folla adorante si schianta sul pavimento marmoreo del tempio invocando pietà, pietà, pietà per favore e in un attimo BUM, spiattellati ai piedi dei turisti dalle gambe lattiginose che li scavalcano, mostrando le loro nudità scottate dal sole alle facce contorte dal dolore e dallo schock della caduta.  La caduta. Mi rivolgo all'uomo col cane: l'unico rimasto vicino a me. Siamo sulla verticale dell'oculo. "E' stata così la tua, di caduta?" Lui mi guarda e sorride. Poi anche il cane mi guarda, e sghignazza beffardo, rispondendo dai denti aguzzi e sporchi "Certo, è stata una caduta dolorosa. Ma la caduta è sempre dolorosa, quando cadi da un'altezza considerevole. E io cadevo da un'altezza incommensurabile. Pochi lo immaginano, ma quello è stato il momento più felice, più dolorosamente completo della mia eterna esistenza.
Cadevo, attraverso i Serafini e i Troni, attraverso le sfere, fendevo l'aria gelida col mio corpo gelidamente perfetto e progettato per il male e pensavo: che bello cadere, è molto, molto più eccitante di volare.
Bisogna essere stati molto in alto per cadere come ho fatto io. Bisogna essere molto in basso per rendersi conto quanto in alto si era un tempo."

venerdì 8 aprile 2011

Passeggiate Romene - cinque.

Dopo Largo Argentina non resta che attraversare la strada e dirigersi verso il Pantheon. L'attrazione che questo monumento genera in me, quando mi ci trovo nei pressi, è micidiale. Non c'è verso che possa sottrarmi al campo gravitazionale creato dalla sua forma rotonda, o sarebbe meglio dire sferica. Il Pantheon piega, incurva lo spazio intorno ad esso come un pianeta, un gigante gassoso come Giove o Saturno, e tutto il paesaggio urbano deve fare i conti con le pareti curve e mattonose del colosso, con le sue colossali colonne granitiche, con il suo colore rosso troppo rosso per essere così vecchio e con la potenza rotante della sua stazza.
Da Largo Argentina ci sono due strade che conducono al Pantheon: via della Rotonda e via Dei Cestari.
La seconda è di gran lunga la mia preferita per due motivi: 1. è possibile passare per piazza della Minerva. 2. Lungo questa strada c'è un negozio molto interessante. Si chiama De Ritiis, e vende paramenti sacri. E' un posto strafigo, un negozio grandissimo dove è possibile aggiornarsi sulla moda sacra e vedere quali sono le tendenze della stagione.
La cosa che però mi attrae di più non sono tanto i vestiti, quanto gli accessori. Se siete un vescovo, un arcivescovo, un cardinale, avrete certamente bisogno di tutta una serie di suppellettili che non potete trovare ovunque. De Ritiis è il posto che fa per voi. E' il posto che fa per me. Quando cammino lungo Via Dei Cestari non posso evitare di incantarmi a guardare quelle vetrine scintillanti di oro e di avorio, di argento, dei colori del potere ecclesiastico. L'amaranto, lo scarlatto, così simile alla porpora imperiale. Cammino per via Dei Cestari ed ecco che all'improvviso capisco quanto mi piacerebbe essere un vescovo, o no, di più: un cardinale. Un principe della chiesa, un Eminentissimo Principe.
La mitria in testa, avanzo nel mio abito talare scarlatto. Benedico la folla che abbraccio con lo sguardo, posando il mio sorriso benevolo sui bambini, sulle vecchiette, sulle ragazze, sui ragazzi, sulle auto, sugli animali, sugli zingari che si accalcano per avere la carità. La mia carità è il mio sguardo benevolo, è il mio sorriso arcaico e aristocratico, è il mio passo lento, calmo, principesco in mezzo al turbinio della folla in fiamme, dei faciulli e delle mamme urlanti, che io placo imponendo la mia serenità frutto di duemila anni di indiscusso dominio delle anime. Io sono la Chiesa, io sono la Via la Verità e la Vita, io sono la Forza, io sono il Potere, io sono la spada di Cesare alla gola del Maligno.
Quando mi fecero cardinale non credevo che mi sarebbe piaciuto così tanto. Se fossi nato al tempo di Napoleone avrei fatto il soldato; se fossi nato al tempo di Napoleone III avrei fatto il Cardinale; sono nato al tempo del Grande Fratello e non mi resta che passeggiare per questa strada e vedermi al momento dell'ordinazione, in ginocchio dinanzi al Papa, mentre ricevo la berretta rossa simbolo del sangue che versero' per difendere la mia carica, insieme al governo di una chiesa di Roma: una Diaconia od un Titolo. E poi eccomi pronto, con i miei abiti sfolgoranti sangue e carisma, fendere la folla adorante.
Un uomo mi si appressa: porta al guinzaglio un cane nero. Mi si avvicina in un attimo, e la sua presenza e' tranquillizzante, forte, stabile.
E' il diavolo, lo capisco subito. Indossa un lungo cappotto logoro e scarpe sfondate, ha la faccia dolorosa e arida, cicatrici sui polsi e sulle braccia e occhi di brace che infiammano il freddo moscovita. Cammina affianco a me senza problema, mi eguaglia in statura e, nonostante gli abiti, mi supera in carisma. Camminando arriviamo in piazza S. Maria sopra Minerva, che prende il nome da una delle chiese mi piu' belle di Roma, costruita sopra il tempio di Minerva. Anche la piazza e' fantastica, con il suo obelisco retto da un elefantino di berniniana fattura. Mi porta al centro della piazza e mi indica una finestra. Proprio sotto la finestra c'e' una targa di marmo su cui e' scritto: "In questo edificio, gia' palazzo Conti, STENDHAL, che le Promenades dans Rome rendono degno del nome di Romano, abito' tra il 18... e il 18..."Le promenades dans rome...le passeggiate romane.