Comunque, dopo quella magica notte del documentario sugli alieni niente fu più come prima. Improvvisamente cominciai a pensare a quanto fosse profondo lo spazio. No, dico, a parte la vastità, che tutto sommato non ci interessa. La cosa che fa davvero più paura, dello spazio, è la profondità. E' molto più profondo, molto più buio di qualunque abisso. Una volta che ci sei dentro non hai più nessuna possibilità di tornare indietro: puoi solo andare avanti, perché tutto sommato fatti non foste per viver come bruchi ma come farfalle, e le farfalle, si sa, volano da tutte le parti. Solo che campano poco. E io mi perdevo a guardare lo spazio, rigorosamente ad occhio nudo. Attraverso la paura degli ufo, attraverso la paura dei maledetti alieni scoprii l'universo, e mi misi ad osservarlo.
Mio padre aveva un vecchio telescopio, e qualche volta lo piazzava davanti alla finestra del bagno, proprio sopra la tazza, e si metteva a guardare le stelle. A parte la situazione, indiscutibilmente divertente, non ho mai accettato l'ausilio di quell'aggeggio infernale. Maledetto Galileo. Che senso ha concentrare la vista in un solo punto e rinunciare in questo modo a vedere tutto l'universo? Potrei capirlo se, almeno, si potesse andare davvero a fondo nell'osservazione. E invece restiamo sempre sulla superficie, a sgrattare le croste del culo del cosmo. Per andare abbastanza a fondo mi sarebbe servita una cosa tipo Hubble, ma all'epoca ignoravo perfino cosa fosse. Con un telescopio come il nostro avremmo potuto vedere al massimo la facciaccia verde di un bastardo alieno a bordo della sua navetta e, credetemi, quella era l'ultima cosa che volevo vedere.
Quindi, mi piazzavo con la faccia fuori dalla finestra del bagno, quando mio padre non la occupava con il suo aggeggio infernale o con la sua mole, seduto sul cesso a guardare le stelle o anche, semplicemente, lo spazio vuoto in mezzo alle stelle. Lo Spazio. E lasciavo che il volto mi si congelasse, mi si ricoprisse della brina delle kristallnächte invernali, delle notti di cristallo che sigillavano la vegetazione e la strada, ibernando il mio naso che colava e che nemmeno me ne accorgevo.
Ogni tanto il vecchio (mio padre, che allora non era vecchio ma tant'è) entrava e dava lezioni di astronomia. Si piazzava dietro di me e indicava le stelle una ad una, creando invisibili segmenti di collegamento fra i puntini luminosi. Strane forme che la gente chiama "costellazioni" e che non assomigliano per niente ai nomi che portano. Orsa maggiore. Dov'è l'orsa? Io vedo solo quattro-cinque puntini nella notte. Orsa minore. Idem. Drago. Boh, nella mia testa i draghi sputano il fuoco. Dove cazzo è il fuoco? Qua fa un freddo boia. Cassiopea. Che, come diceva mio padre, è la più semplice perché assomiglia a una W. E allora perché non l'hanno chiamata semplicemente W?
Le costellazioni per me non hanno senso.
Mio padre aveva un vecchio telescopio, e qualche volta lo piazzava davanti alla finestra del bagno, proprio sopra la tazza, e si metteva a guardare le stelle. A parte la situazione, indiscutibilmente divertente, non ho mai accettato l'ausilio di quell'aggeggio infernale. Maledetto Galileo. Che senso ha concentrare la vista in un solo punto e rinunciare in questo modo a vedere tutto l'universo? Potrei capirlo se, almeno, si potesse andare davvero a fondo nell'osservazione. E invece restiamo sempre sulla superficie, a sgrattare le croste del culo del cosmo. Per andare abbastanza a fondo mi sarebbe servita una cosa tipo Hubble, ma all'epoca ignoravo perfino cosa fosse. Con un telescopio come il nostro avremmo potuto vedere al massimo la facciaccia verde di un bastardo alieno a bordo della sua navetta e, credetemi, quella era l'ultima cosa che volevo vedere.
Quindi, mi piazzavo con la faccia fuori dalla finestra del bagno, quando mio padre non la occupava con il suo aggeggio infernale o con la sua mole, seduto sul cesso a guardare le stelle o anche, semplicemente, lo spazio vuoto in mezzo alle stelle. Lo Spazio. E lasciavo che il volto mi si congelasse, mi si ricoprisse della brina delle kristallnächte invernali, delle notti di cristallo che sigillavano la vegetazione e la strada, ibernando il mio naso che colava e che nemmeno me ne accorgevo.
Ogni tanto il vecchio (mio padre, che allora non era vecchio ma tant'è) entrava e dava lezioni di astronomia. Si piazzava dietro di me e indicava le stelle una ad una, creando invisibili segmenti di collegamento fra i puntini luminosi. Strane forme che la gente chiama "costellazioni" e che non assomigliano per niente ai nomi che portano. Orsa maggiore. Dov'è l'orsa? Io vedo solo quattro-cinque puntini nella notte. Orsa minore. Idem. Drago. Boh, nella mia testa i draghi sputano il fuoco. Dove cazzo è il fuoco? Qua fa un freddo boia. Cassiopea. Che, come diceva mio padre, è la più semplice perché assomiglia a una W. E allora perché non l'hanno chiamata semplicemente W?
Le costellazioni per me non hanno senso.
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