Dopo il ponte, eccomi nel ghetto. O meglio, ai margini del ghetto, al confine. Non tutti sanno che Roma ha il più antico ghetto ebraico d'Europa dopo quello di Venezia. Tutti i giudei di Roma erano tenuti a vivere in una zona estremamente ristretta, lurida, malsana, a ridosso del Tevere.
Unico mestiere che era loro consentito di praticare era vendere gli stracci e, ovviamente, prestare denaro a credito...I muri che lo circondavano, rendendolo una cittadella claustrofobica, sono stati abbattuti ed il cuore ebraico di Roma è stato collegato con il resto della metropoli. Ovviamenete, dopo l'Unità il ghetto si è svuotato completamente di Ebrei. Ora sta a Roma come Little Italy sta a New York: la memoria di quello che è stato è preservata soprattutto dai ristoranti, che a decine si accalcano lungo via del Portico d'Ottavia, la Mulberry Street di questa piccola Gerusalemme. I vicoli puzzolenti sono stati in gran parte spianati per fare posto a strade più larghe e "cristiane". E' stata costruita una grande sinagoga, la cui cupola a quattro falde si può vedere dal Ponte Garibaldi. E' l'unica di questo tipo nella Capitale.
Di solito non entro nel ghetto: è un luogo troppo triste. Se c'è qualcosa che mi piace di Roma è che, tutto sommato, non si è svenduta più di tanto. L'identità della città è cambiata mille volte nel corso dei secoli, eppure c'è qualcosa che è sopravvissuto, che è rimasto inalterato. Anche della Roma dei Cesari. Certo, non si direbbe a vedere tutte queste rovine. La città che ha fatto l'autopsia di se' stessa, diceva un tizio francese di cui non ricordo il nome (ma non è nè Stendhal nè Sartre). Eppure è così: il senso non è scomparso, è solo cambiato.
Entro nel ghetto solo di notte. A notte fonda. Quando i ristoranti sono chiusi e solo un forno è aperto per sfamare i cazzoni che stanno in giro fino all'alba.
Il profumo del pane si spande fra i vicoli, disinfetta quel luogo dal lezzo di mercimonio della propria identità che lo caratterizza di giorno e ti dà un senso di pace, di tranquillità.
Non c'è niente di più bello che essere sorpresi dal profumo del pane. Camminare in mezzo al lerciume, combattere per la sopravvivenza nella giungla urbana pugnal fra i denti. Combattere per ballare vicino a quella figa in discoteca. Combattere per resistere alla sbornia e alla voglia di vomitare. Combattere contro l'ennesimo fattone che vuole vomitarti addosso dopo averti chiesto cento lire (sei rimasto un po' indietro, eh?)
E poi a un tratto il profumo del pane arriva a mettere pace.
Respira, fanno il pane. Non siamo più in guerra.
Non ancora.
Unico mestiere che era loro consentito di praticare era vendere gli stracci e, ovviamente, prestare denaro a credito...I muri che lo circondavano, rendendolo una cittadella claustrofobica, sono stati abbattuti ed il cuore ebraico di Roma è stato collegato con il resto della metropoli. Ovviamenete, dopo l'Unità il ghetto si è svuotato completamente di Ebrei. Ora sta a Roma come Little Italy sta a New York: la memoria di quello che è stato è preservata soprattutto dai ristoranti, che a decine si accalcano lungo via del Portico d'Ottavia, la Mulberry Street di questa piccola Gerusalemme. I vicoli puzzolenti sono stati in gran parte spianati per fare posto a strade più larghe e "cristiane". E' stata costruita una grande sinagoga, la cui cupola a quattro falde si può vedere dal Ponte Garibaldi. E' l'unica di questo tipo nella Capitale.
Di solito non entro nel ghetto: è un luogo troppo triste. Se c'è qualcosa che mi piace di Roma è che, tutto sommato, non si è svenduta più di tanto. L'identità della città è cambiata mille volte nel corso dei secoli, eppure c'è qualcosa che è sopravvissuto, che è rimasto inalterato. Anche della Roma dei Cesari. Certo, non si direbbe a vedere tutte queste rovine. La città che ha fatto l'autopsia di se' stessa, diceva un tizio francese di cui non ricordo il nome (ma non è nè Stendhal nè Sartre). Eppure è così: il senso non è scomparso, è solo cambiato.
Entro nel ghetto solo di notte. A notte fonda. Quando i ristoranti sono chiusi e solo un forno è aperto per sfamare i cazzoni che stanno in giro fino all'alba.
Il profumo del pane si spande fra i vicoli, disinfetta quel luogo dal lezzo di mercimonio della propria identità che lo caratterizza di giorno e ti dà un senso di pace, di tranquillità.
Non c'è niente di più bello che essere sorpresi dal profumo del pane. Camminare in mezzo al lerciume, combattere per la sopravvivenza nella giungla urbana pugnal fra i denti. Combattere per ballare vicino a quella figa in discoteca. Combattere per resistere alla sbornia e alla voglia di vomitare. Combattere contro l'ennesimo fattone che vuole vomitarti addosso dopo averti chiesto cento lire (sei rimasto un po' indietro, eh?)
E poi a un tratto il profumo del pane arriva a mettere pace.
Respira, fanno il pane. Non siamo più in guerra.
Non ancora.
Nessun commento:
Posta un commento